RUSSIAN CIRCLES – Empros

Pubblicato il 25/10/2011 da
voto
7.5
  • Band: RUSSIAN CIRCLES
  • Durata: 00:41:00
  • Disponibile dal: 25/10/2011
  • Etichetta: Sargent House
  • Distributore:

Se si fa una riflessione sincera sul post-metal strumentale dopo appena dieci anni dalla sua affermazione sul panorama heavy mondiale, si ha sempre una strana sensazione di insoddisfazione e di incertezza. Il genere era partito in pompa magna, mettendosi prepotentemente in luce grazie ai primi due ottimi lavori dei Pelican e alle peripezie dei Red Sparowes, ma si è poi perso – sempre soprattutto per via della inesorabile perdita di trazione dei due illustri promotori appena menzionati –  e sembra non essere ancora riuscito a ritrovare la strada, ancora oggi orfano di qualche nuovo temerario con gli attributi in ordine, disposto mettere a posto le cose.  Oggi, grazie ai Russian Circles, ci arriva il primo segno tangibile che questo sottogenere di musica heavy abbia ancora parecchie cartucce da sparare. “Empros”, la nuova fatica del trio di Chicago, rappresenta una sorta di rinascita per il metal strumentale, ed è forse il primo lavoro che, dopo tanti anni di immobilismo e inerzia, sia riuscito a strappare questo sottogenere heavy al risucchio inarrestabile dell’orbita gravidazionale dei Neurosis e dei Godseed You! Black Emperor. “Empros”, al contrario, azzera tutto e riparte dal principio. Abbandona la nozione ormai stantia che il post-rock strumentale debba per forza esistere solo come alternativa “silenziosa” al modus operandi neurosisiano, fatto di saliscendi, pause, rallentamenti, minimalismo, e torrenziale furia doom e hardcore costruita ormai praticamente in serie da una vastissima e ormai innoqua sflilza di band che non stanno andando da nessuna parte. Con “Empros” i Russian Circles compiono il piccolo miracolo con il più semplice dei gesti: decidono di suonare rock and roll, e rockeggiare come Cristo comanda, senza dimenticare le tante lezioni imparate fino ad oggi, ma anche senza lasciarsi intrappolare dalle stesse nel solito schema di plagiarismo misto a sottomissione. “Empros”, semplicemente rockeggia che è una meraviglia, coinvolge che è una bellezza e scorre via che è un piacere. Le sei canzoni contenute nel disco non perdono mai la bussola, non si perdono mai nelle autoreferziali, estenuanti e prolisse divagazioni minimalistiche che questo genere così tanto ama e che gli stavano praticamente scavando la fossa. La tensione non scende mai, le ritmiche piuttosto che rallentare e divagare si intensificano, e le folti nubi di rumore che braccano il disco non si diradono mai. Le prime due tracce, “309” e “Mladek”, sono due piccoli trionfi del prog metal più irruento e rumoroso. Ricordano in egual misura i Tool, nel loro modo di procedere sontuoso, energetico e imprevedibile, e rimandano allo stesso tempo direttamente anche a tante altre realtà più rozze ma egualmente “evolute” dell’hardcore e del noise-rock, primi fra tutti i mai dimenticati Craw e i Breach. “Schipol”, tra i momenti più esaltanti  del disco, sembra essere nata da uno strano innesto fra i Sigur Ros e i Godlfesh e coniuga in maniera impeccabile le due anime opposte del post-rock con tre minuti di folate e sospiri di riverbero interrotti all’improvviso da un monolite spaccaossa di chitarroni monumentali. Si prosegue con la ossessiva “Atackla”, che riesce con risultati sbaloriditivi a coniugare paesaggi psichedelici, tipici dello space rock, e ritmiche serrate e ossesive – in pieno stile industrial – con una fluiditià e un nitidezza senza eguali. La penultima “Batu” non ne vuole sapere di far calare l’intensità,  e invece si appresta a chiudere il disco in crescendo con un sonoro cazzotto sonico in piena faccia. In questo episodio fanno capolino anche i synth… tanti synth; le atmosfere si incupiscono senza ritorno, i riff si aggrovigliano in un magniloquente ribollire di progressioni chitarristiche scure e feroci, sferzate fa una sezione ritmica in totale stato di grazia – vi ricordiamo che il neo-acquisito bassista Brian Cook era la forza propulsiva dietro agli sterminati Botch, ed è inutile spiegare quindi che il suo contributo al basso doni ad “Empros” una carica micidiale. Paragonare questa traccia a uno dei momenti più “spacey” dei Wolves In The Throne Room non è poi una bestemmia così grande quanto si potrebbe pensare, dato il suo insopportabile carico di oscura psichedelia evoluta. Pezzo stellare e fottutamente pesante. La traccia finale “Praise Be Man”, con il suo inconcludente incedere minimal-ambient, invece non aggiunge nulla al disco e semmai forse ne compromette un pochino il finale. Peccato. Tutto sommato, comunque, “Empros” è, in generale, un “disco della Madonna”, realizzato con tante idee convogliate in un impianto esecutivo senza alcuna sbavatura. Dissezionando ulteriormente il valore complessivo del disco, si può affermare senza indugi che è uno dei momenti più esaltanti del prog targato 2011, di sicuro il miglior album heavy-strumentale dell’anno e senza alcun dubbio il miglior lavoro mai messo su nastro da questa validissima band. Consigliatissimo.

TRACKLIST

  1. 309
  2. Mlàdek
  3. Schipol
  4. Atackla
  5. Batu
  6. Praise Be Man
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