7.0
- Band: RUSTFIELD
- Durata: 01:07:13
- Disponibile dal: 06/12/2013
- Etichetta:
- Massacre Records
- Distributore: Audioglobe
Gran bei debutti in campo progressive, quest’anno! Alla lista dei nomi da tenere d’occhio possiamo infatti adesso aggiungere quello dei piemontesi Rustfield, progetto tutto tricolore nato dalle menti di Davide Ronfetto e del sodale Andrea Rampa nel 2007 e progredito, attraverso presenze live e la registrazione di due demo, fino allo stato di band a tutti gli effetti con cinque membri. Il gruppo, ora completo, si affaccia quindi al debutto attraverso la valida label tedesca Massacre Records, e ci presenta un solido lavoro basato su sonorità rock progressive ed elettroniche, che non disdegna però alcune puntate su generi di metal più aggressivi. Una classica moneta con due facce, la testa e la croce, che rappresentano due aspetti diversi, ma che risultano fortunatamente complementari grazie alla buona personalità mostrata nel songwriting. Lontani anni luce dalla robustezza metallica di Symphony X e Vanden Plas, i Rustfield preferiscono calcare territori più cari agli Haken o ad alcuni Fates Warning, limitando i prevedibili e ormai scontati richiami ai Dream Theater solo su sporadici passaggi, che comunque rimandano alla mente più il periodo “Octavarium” che quello ‘classico’ di “Images & Word” o “Awake”. “Kingdom Of Rust” è un dunque prodotto piuttosto lungo, sicuramente meditativo, che trova il proprio punto forte in un invidiabile equilibrio tra parti riflessive e più ruvide, le quali riescono nell’intento di rendere l’ascolto fruibile senza risultare in alcun modo scontate. Il manifesto del sound dei Rustfield lo troviamo nella opener “Among The Fields Of Rust”, arrembante pezzo di metal progressivo con bridge e chorus su tempi abbastanza elevati ma che sul finire si interrompe bruscamente sfociando su più dilatate ed eteree atmosfere elettroniche. “Waxhopes”, che si fa vanto degli ospiti John Macaluso (Symphony X), Federica DeBoni (White Skulls) e Douglas Docker (Docker’s Guild), prosegue la tendenza, invertendola: ad atmosfere prevalentemente calme viene alternata la spinta di alcune parti quasi power nel loro incedere. Il resto dell’album presenta, in maniera sempre più sfumata, la medesima caratteristica di alternare seta ad acciaio, con i pezzi più gentili come “Losing Time” e “The Secret Garden” ad darsi il cambio dolcemente con qualche sempre più rada bordata quale “Burning The Air” e “Sacrifice”. L’album si fa sempre più uniforme e compatto, nel suo procedere fino alla bellissima “High Water”, suite di undici minuti che si assesta definitivamente sulle sonorità à la Haken che già avevamo citato, e che ci mostra una volta per tutte l’invidiabile equilibrio formale di cui parlavamo. Una proposta davvero interessante, che si schiaccia ai limiti della nostra zona Hot Album. Solo un pizzico di strizzata d’occhio a qualche soluzione meno prolissa e più fruibile manca per rendere il prossimo album una vera bomba. E’ comunque grazie anche a nomi come i Rustfield che l’Italia può attualmente vantarsi di possedere una scena progressiva veramente competitiva con l’estero, e di questo noi amanti di queste sonorità non possiamo che gioire.
