SABBAT – Dreamweaver

Pubblicato il 21/02/2018 da
voto
9.0
  • Band: SABBAT
  • Durata: 00:44:06
  • Disponibile dal: 01/05/1989
  • Etichetta: Noise Records
  • Distributore: Self

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Si intreccia strettamente con la storia dei conterranei Hell, tornati sulle scene in grande spolvero nel 2011, la storia dei Sabbat, band thrash metal inglese enormemente influente per un certo modo di intendere il metal estremo, rimasta ‘al palo’ per quanto riguarda le proprie fortune. Anche se, negli anni a venire, alcuni suoi elementi hanno scritto pagine importanti dell’heavy metal, con ruoli di prim’attori o di deus ex machina in studio di registrazione. La formazione albionica, autrice di soli tre dischi – anche se il terzo “Mourning Has Broken” fa storia a sé – comprendeva infatti nelle sue file, come chitarrista, Andy Sneap, assurto agli onori delle cronache per via del suo fortunato operato in veste di produttore (tra la sua clientela citiamo fra gli altri Nevermore, Arch Enemy, Accept, Exodus, Kreator) e Martin Walkyier, per anni sprezzante frontman dei più noti folk metaller Skyclad. Ed è proprio dal metal pagano di questi ultimi e dai loro testi intrisi di tematiche arcane, esibite con grande cultura e consapevolezza dei contenuti trattati, che possiamo partire per riavvolgere il nastro della memoria e tornare all’epoca di “Dreamweaver”. Disco non capito appieno all’epoca e, se vogliamo, nemmeno oggetto di chissà quale idolatria postuma, che pure avrebbe meritato. Stiamo parlando di un full-length abbastanza atipico nel panorama di quegli anni e anche oggi, passati attraverso riflussi revivalistici di ogni tipo, possiamo dire di non avere memoria di qualcosa anche solo vagamente somigliante a quanto qui contenuto. Possiamo però avvalorare le dichiarazioni, di inizio anni 2000, di un certo Dani Filth, che ha ammesso di ritenere i Sabbat una delle sua band preferite e tra le più importanti per codificare lo stile della sua band, tanto da registrare una cover di “For Those Who Died”, dall’esordio di Sneap e compagni, avente come ospite proprio il singer dei Sabbat, cover contenuta nell’edizione giapponese di “Midian”. “Dreamweaver” giunge nel 1989, in anni di stordente affollamento di pubblicazioni thrash, ponendosi ben distaccato dai trend imperanti da un lato e l’altro dell’oceano. In contiguità con il già eccellente esordio “History Of A Time To Come”, dove i tratti salienti del gruppo sono presentati in una versione solo lievemente più grezza e semplificata, l’album esplora atmosfere inusuali per il contesto thrash. Le lunghissime lyrics formano un intricato concept basato sul libro di Brian Bates, psicologo e studioso inglese, dal titolo “The Way of Wyrd: Tales Of An Anglo-Saxon Sorcerer”; in forma di romanzo, un testo indagatore del tessuto culturale legato al paganesimo e alle sue interazioni con il cristianesimo. Uno spirito arcano e un genuino odio per le forme religiose cristiane, da sempre dichiarato con acutezza e genuina acrimonia da parte di Walkyier, permea l’intera tracklist, musicalmente annoverabile come una forma di thrash progressivo estremizzata e involgarita nell’impatto da quello che potremmo definire come proto-black metal. La ruvidezza del suono, di chitarre livorose e una produzione secca così in contrasto con i cristallini dialoghi in vigore in quegli anni negli Stati Uniti, non sono d’altro canto affiancabili ai tipici schemi in voga nel resto d’Europa, neppure per quanto concerne il techno-thrash teutonico od olandese, oppure le sperimentazioni di Coroner e Celtic Frost. Se vogliamo, l’essere ‘progressivi’ dei Sabbat, nella foga sfrenata che nasconde ai primi ascolti, e rende difficili anche in quelli successivi, percepire compiutamente la complessità dell’insieme, tenendola prigioniera sotto una coltre di cieca violenza belluina, può ricordare, con modi nettamente differenti, un caposaldo del thrash ‘difficile’ come “Time Does Not Heal”. Non nel senso strettamente musicale, ripetiamo, quanto nella capacità di stringere in una morsa e aggredire senza indugi ricorrendo non alle armi della semplicità, ma a quelle del groviglio di riff e di cambi di tempo così pressanti che si percepisce sì il cambio di vedute, senza godere però di alcuna pausa. Ansiogeno, persistente, quasi mai assente, se non all’altezza degli stridenti assoli, il cantato isterico e posseduto di Walkyier funge da traino a un riffing spettacolare. Una fucina di idee fulminanti, la coppia Sneap-Jones (quest’ultimo entrato poco prima delle registrazioni dell’album), binomio che dialoga perfettamente con una sezione ritmica galoppante e strettamente funzionale al lavoro delle chitarre, delle quali assume il ruolo di ancella, dando alle canzoni quella spigliatezza galoppante, vicina al metal classico, che le sei corde da sole tenderebbero ad escludere dal gioco, concentrandosi su malevolenza e intricatezza. L’evocazione di spiriti antichi e di una lotta infinita e insoluta negli esiti fra ideologie contrastanti, come quelle di chi – il protagonista del libro di Bates – tenta di radicare il cristianesimo in una terra dominata dal culto degli dei pagani, traspare chiaramente fin dalla deflagrante “The Clerical Conspiracy”, travolgente fascio di arringhe iraconde e ritmiche serrate, nascondenti un retrogusto folk che sarà il cuore pulsante degli Skyclad. Qui esce stentoreo un chorus invasivo e sferzante, di quelli che non ammettono replica alcuna. Una ciclicità invero poco presente nel resto dell’opera, riproposta solo all’altezza di “Wildfire”. Il resto delle canzoni vive di un intenso srotolarsi di partiture dettagliatissime compresse nel minor tempo possibile; anni dopo, in occasione delle ristampe di “History Of A Time To Come” e “Dreamweaver” del 2007, nelle note aggiuntive del libretto la band avrebbe confessato che una prestazione così concitata era dovuta dalla necessità di far entrare tutto nell’esiguo spazio di un solo 33 pollici. Così, la mole di riff era stata stipata all’inverosimile, secondo i musicisti in maniera fin troppo eccessiva. Noi ci permettiamo di dissentire, una larga fetta del fascino scaturito dalle deliranti “The Best Of Enemies” e “How Have The Mighty Fallen” risiede in questo ammassarsi impetuoso di chitarre trancianti, momenti di caos, strambo epos e un afflato di crudele magia mai dissimulato nel corso dell’opera. Quasi tre quarti d’ora di musica intrisi di una malvagità tutta sua, “Dreamweaver” colpisce ancora adesso per un impatto quasi primordiale, ma accresciuto negli effetti dalla perizia strumentale fuori dal comune dei suoi autori. Un must del thrash metal, per chi scrive nella top five del genere.

TRACKLIST

  1. The Beginning Of The End
  2. The Clerical Conspiracy
  3. Advent Of Insanity
  4. Do Dark Horses Dream Of Nightmares?
  5. The Best Of Enemies
  6. How Have The Mighty Fallen?
  7. Wildfire
  8. Mythistory
  9. Happy Never After
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