6.5
- Band: SACRO ORDINE DEI CAVALIERI DI PARSIFAL
- Durata: 00:46:50
- Disponibile dal: 18/04/2023
- Etichetta:
- Underground Symphony
Sacro Ordine dei Cavalieri di Parsifal: un monicker altisonante per questo quartetto friulano che tradisce le apparenze, alla seconda prova in studio con questo “Until The End”.
Il lettore distratto potrà pensare che con un nome del genere ci si dedichi infatti ad un power sinfonico ultra saturo di campionamenti orchestrali; invece, come si intuisce dalla prima “Black Lion”, i nostrani cavalieri suonano un heavy/power bello dritto e con pochi fronzoli, direttamente in faccia all’ascoltatore come una carica di cavalleria in un mondo fantastico fermo in un eterno Rinascimento.
Un disco che si posa sull’attenzione nel creare ritornelli accattivanti grazie a pezzi come “Doomraiser” o alle tirate come “Eagle Of The Night”, ma che fatica davvero a prendere il volo basandosi bene o male sempre su un riff portante, riutilizzato svariate volte, e sull’intreccio fra le due chitarre, solista o ritmica. In moltissimi passaggi viene da pensare che si sarebbe potuto fare qualcosina di più, nonostante il materiale sia di fattura pregevole: ci sono dei punti che si caratterizzano per l’alternanza di pezzi più lenti come “Fallen Hero” a cariche heavy esplosive come quella di “Seal Of Fire”, penalizzate però – oltre al problema sopracitato – da una produzione non sempre cristallina, che toglie parecchio spessore al duo di asce. Non che Carlo Venuto e Davide Olivieri suonino male, anzi, ma un pezzo importante del loro modo di destreggiarsi sul ponte viene zappato via da un difetto di studio per cui le chitarre risultano ovattate e la batteria troppo sibilante.
I pezzi sicuramente più acchiapponi sono le power ballad come “Stone River”, rigorosamente da cantare ad accendini alzati e dove forse viene meglio fuori il lavoro di Luca Komavli e Claudio ‘The Reaper’, rispettivamente a batteria e basso. Alla fine di “Until The End”, con la title-track che pesca a piene mani da un immaginario che potrebbe ricordare un mix di Judas Priest a livello di voci e Iron Maiden come linea strumentale, quel che resta è la sensazione di trovarsi di fronte a un disco solido, ma azzoppato da una produzione non sempre cristallina e che impedisce al lavoro dei Sacro Ordine dei Cavalieri di Parsifal di emergere con chiarezza.
Sicuramente, dal vivo i ragazzi sono di un’altra pasta perché i pezzi si prestano molto ad essere eseguiti in sede live, ma in studio c’è ancora un po’ di lavoro da fare per rendere gli inni solenni della band un vero e proprio marchio di fabbrica.
