SAHG – Memento Mori

Pubblicato il 20/09/2016 da
voto
8.0
  • Band: SAHG
  • Durata: 00:44:31
  • Disponibile dal: 23/09/2016
  • Etichetta: Indie Recordings
  • Distributore: Audioglobe

A turbare la quiete della nostra lista provvisoria dei migliori dischi del 2016 ci pensano i Sahg con il loro “Memento Mori”, e lo fanno con un’efferatezza disarmante quanto la semplicità delle composizioni in esso contenute. Abbandonata una certa preminenza doom stoner che trovavamo nella pur ottima trilogia di cui i non black metaller di Bergen sono autori (“I”, “II” e “III”) e sulla scia di “Delusions Of Grandeur”, uscito tre anni fa e nel quale si iniziavano a studiare le caratteristiche che domineranno il suono dei Sahg ad oggi, “Memento Mori” si rivela per quello che è in modo naturale e diretto. E’ un disco metal nel senso primigenio, è Heavy Metal che pur non trascendendo in aperture furiose o in sottogeneri resta fedele alla band stessa concedendosi momenti di fattura lisergica come “Take It To The Grave” o l’elettrizzante “(Praise) The Electric Sun”, il tutto sotto un’egida doom e senza abbandonare un encomiabile gusto per il riffing (alcuni passaggi di chitarra grondano gusto da ogni plettrata) e un’oscurità di fondo che ricorda più i Black Sabbath di “Masters Of Reality” o di “Vol. 4” che non act stoner quali Sleep o vari stregoni acidi che pure fanno capolino (“Silence The Machines”, a dire un pezzo). L’album si snoda attraverso pezzi che, complice anche una produzione che esalta l’espressività degli strumenti stessi e che trasuda una certa vena anni ’70, già al primo ascolto riescono ad ipnotizzare e ad esaltare la vena compositiva dei Nostri: l’opener “Black Unicorn”, con i suoi delay e la sua batteria riesce a veicolare il messaggio che fa da perno all’intero disco in maniera esemplare con la sua andatura ineluttabile, così come l’inarrestabile “Sanctimony”, brano scelto da apripista e che ben si snoda attraverso inflessibilità, momenti melodici, assoli quasi NWOBHM e riffing spiritato. “Memento Mori”, ricordati che devi morire: così sembrano sussurrare le sottotrame intessute dalla concettualità lirica di Olav Iversen, chitarrista e voce (nonché maggior compositore), a sua volta fortemente irretito dalle dipartite di mostri sacri quali Lemmy e David Bowie, cui quest’album è peraltro dedicato. Verso la fine ci imbattiamo nel pezzo forse meno ispirato dell’opera, “Travellers Of Space And Light”, che forse abbassa appena la qualità del lavoro per la sua riuscita non malvagia ma vagamente più canonica, per chiudere con il nostro brano preferito, “Blood Of Oceans”, trionfo di accordi e riff ispiratissimi, basso che macina, ritornelli che si imprimono nella mente e che mostrano la capacità dei norvegesi nel creare trame melodiche senza svendere nemmeno per un istante la propria personalità. Una band in crescita costante e un gran disco da fare vostro senza indugi.

TRACKLIST

  1. Black Unicorn
  2. Devilspeed
  3. Take It to the Grave
  4. Silence the Machines
  5. Sanctimony
  6. (Praise the) Electric Sun
  7. Travellers of Space and Light
  8. Blood of Oceans
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