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- Band: SALVATORE RUSSO
- Durata:
- Disponibile dal: //2002
Conoscevo gia’ (non personalmente!) Salvatore Russo in qualità di session-man alla corte di grandi nomi italiani (e non) e,peraltro, nella mia memoria è ancora vivo il ricordo delle eccezionali performances chitarristiche in quel di “Tunnel” (show satirico televisivo di qualche anno fa). Mi sono avvicinato quindi con grande curiosità ed entusiasmo all’ascolto del suo debut album da solista.. entusiasmo che, devo confessare, è andato progressivamente scemando lungo il corso del cd in questione! Consapevole delle doti tecniche in possesso del buon Salvatore ho iniziato l’ascolto.. effettivamente il cd trasuda tecnica da tutti i pori: verrete sommersi da valanghe di note a suon di legato, come nell’opener “Start race”, dal chiaro sapore rock-fusion in cui le chitarre duellano con le tastiere nel break centrale. Riscontrerete la padronanza dell’uso dello sweep-picking unito al legato in “Hard Life” (mi sembra che sia proprio quest’ultima la tecnica prediletta dal nostro guitar-hero, tecnica che propone in varie vesti ora associandola allo sweep,ora allo string-skipping). Il tempo di addolcire un po’ l’atmosfera (non che questa sia stata la quintessenza dell’aggressività, sin’ora!) con “Best whishes”,uno slow tempo dal tema suonato (troppo a lungo,però) all’unisono con gli archi e si riparte con “The night cat” ennesimo episodio rock-fusion. Inizio alquanto energico per “Manic Overdrive” con doppia cassa ed armonici in bella vista ,che lasciano il posto a licks di “kotzeniana” memoria. “Acquascape” è l’episodio acustico dell’album (a mio avviso la migliore track!) in cui finalmente intravedo qualche spiraglio di coinvolgimento, ma 1:20″ passano in fretta e di nuovo si è in preda alla slavina di note sino alla conclusiva “Waves”, dall’intro in cui risuonano gli echi dello stile del grande Bryan May. Dunque,ricapitolando: legato, plettrata alternata, tapping, sweep-picking… ok… ma la melodia? Il FEELING? Mi dispiace dirlo, ma ho avuto l’impressione che l’intero album fosse costituito da un lungo interminabile assolo, rendendo davvero pesante l’ascolto! Non un tema che si impadronisca di te; un songwriting che fa di un pezzo, un’occasione per improvvisare e tramuta la possibilità di fare musica in una mera “fiera campionaria” di quelle che sono le doti tecniche del nostro beniamino! Mi chiedo (un po’ amareggiato): perché fare di tutta questa maestria tecnica un uso così “freddo”?
