5.5
- Band: SANTA CRUZ
- Durata: 00:41:43
- Disponibile dal: 10/03/2015
- Etichetta:
- Spinefarm
- Distributore: Universal
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Giovani, carini e tecnicamente preparati: potremmo così riassumere in maniera concisa le principali caratteristiche dei Santa Cruz, collettivo originario di Helsinki giunto al secondo omonimo full length, rilasciato a due anni di distanza dal debutto “Screaming For Adrenaline”. Se il contenuto dell’esordio lasciava ben sperare a causa di un lotto di brani tutto sommato dinamici ed accattivanti di chiara matrice ‘sleaze’, il suo erede si accomoda come un pigro bradipo in una serie di soluzioni derivative, sovente infarcite di stucchevole melassa. Il combo scandinavo palesa una certa arroganza di fondo sin dal tema utilizzato per la copertina, nel quale sono illustrati quattro simboli esoterici (associati simbolicamente ad ogni componente del gruppo), privi di qualsiasi riferimento diretto o indiretto alla denominazione sociale. Una tattica similare era stata adottata dai Led Zeppelin all’apice della loro popolarità, ma nel caso degli sconosciuti Santa Cruz un’operazione del genere rischia seriamente di scatenare il cosiddetto effetto boomerang. Certo, la band è sponsorizzata dalla celebre etichetta Spinefarm ed il lavoro svolto in fase di produzione risulta formalmente all’altezza degli standard odierni, ma non crediamo che questi elementi siano sufficienti a farle spiccare il salto di qualità. Il sound moderno e pompato non riesce a mascherare l’inconsistenza di questi dieci episodi che scivolano via tra una banalità e l’altra, talvolta sfiorando il ridicolo durante la tragicomica interpretazione vocale della smielata ballad “Bye Bye Babylon”. L’indigesto surrogato ottenuto da una miscela edulcorata tra Hardcore Superstar, Crashdïet ed affini potrà abbagliare una notevole fetta di teenager alle prime armi con il genere, ma chiunque abbia le orecchie allenate non faticherà a reputare l’opera frivola ed inconsistente. Gli infausti coretti che regnano sovrani in “Wasted & Wounded” e “My Remedy” appaiono indigesti e ridondanti nella loro accademica pedanteria. Non manca qualche spunto degno di nota fagocitato dalla scattante “Let Them Burn”, che rievoca curiosamente le soluzioni adottate dai migliori Bullet For My Valentine. Al contempo risulta irresistibile l’anthemico ritornello palesato della gagliarda “6(66) Feet Under”, così come si fa apprezzare l’urgente botta metallizzata causata dall’aggressiva “Velvet Rope”. Questi elementi non bastano a far distinguere “Santa Cruz” da tonnellate di opere simili incise di recente da un nutrito gruppo di giovani vichinghi in cerca di un posto al sole. Il mercato oramai è saturo, passate oltre.
