7.0
- Band: SATOR
- Durata: 00:36:57
- Disponibile dal: 12/12/2025
- Etichetta:
- Dusktone
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Quinto sigillo nella discografia degli heavy doomster genovesi Sator nel giro di una decina abbondante di anni, approdati con questo nuovo lavoro nel roster della Dusktone.
Un percorso lento e pesante, come le sonorità di questo “The Dying Light”, lavoro che vede il trio ligure ritornare all’origine di un suono più tradizionale dopo le divagazioni di “The Cleansing Ritual”, che vedeva un approccio più sperimentale e qualche divagazione che andava addirittura a insinuare qualche vagito post-punk. Qui si torna ad uno suldge doom pachidermico, opprimente, avviluppante e disperato, capace di creare un muro di suono paludoso lungo i suoi sei brani per meno di quaranta minuti.
C’è un’oscurità fitta in “The Dying Light”, ma non manca una certa dinamicità di suono (anche nella durata, essendoci brani persino sotto i cinque minuti): se infatti il tappeto sonoro è intricato e ben serrato, fa capolino una qualche reminiscenza settantiana (i Black Sabbath vengono sempre fuori, ad un certo punto, come in “Electric Rain”) quando non puramente metal (“Purify”), qualche sussulto melodico psichedelico (“The Dancing Plague”) e anche qualche sbracciata hardcore, con alcune ripartenze ben piazzate all’interno dell’album e qualche riff che colpisce nel segno.
Questi momenti rendono l’ascolto piuttosto vivo, mantenendo l’interesse e staccando un po’ dal magma che altrimenti appiattirebbe l’ascolto sul lungo andare, tuttavia la base resta quella di un album ossessivo e marziale, sorretto da una prova sempre di effetto.
La voce resta un punto di forza del trio, così come l’uso delle chitarre è piuttosto agile nel presentare i vari registri di ascolto del disco, e in genere la band è brava nel creare delle atmosfere sì soffocanti, ma capaci di svilupparsi a dovere in progressioni sonore ben indirizzate ad un obiettivo di canzone vera e propria.
Certo, non stiamo parlando di un album che segnerà la storia di questo segmento musicale, né che per forza di cose svetta rispetto ad altri nomi della stessa scena, ma il suo lo fa con capacità e personalità.
Insomma, sebbene il risultato finale resti ben ancorato nella visione di uno sludge doom piuttosto classico e nella media del genere per quanto a soluzioni e risultato (Eyehategod vecchia maniera, Neurosis, Amenra) il gruppo italiano pubblica un altro buon lavoro, che sicuramente dal vivo saprà rendere la sua intensità un ‘viaggio’ molto buio e pericoloso, sicuramente appagante. Buon disco per gli appassionati dei suoni più fangosi.
