SATORI JUNK – The Golden Dwarf

Pubblicato il 16/05/2018 da
voto
7.5
  • Band: SATORI JUNK
  • Durata: 01:00:01
  • Disponibile dal: 10/05/2018
  • Etichetta: Endless Winter
  • Distributore:

Il quartetto stoner/doom milanese torna tra noi con il secondo full-length, che conferma quanto di buono sentito nell’omonimo esordio e offre anche parecchi spunti di interesse in più. Metabolizzato ormai da tempo l’ingresso in formazione di Max, il nuovo batterista già ben rodato dalle numerose esibizioni live della band, e rinforzato sempre più il doppio ruolo di cantante e ‘maestro di effetti’ di Luke, i Satori Junk trovano con “The Golden Dwarf” la piena emancipazione dall’onorevole ma abusata posizione di cloni degli Electric Wizard;  spaziando – è il caso di dirlo – verso sonorità seventies robuste e un approccio da colonna sonora per film mai scritti decisamente apprezzabile. Gli stratificati riff sciorinati dal chitarrista Chris avvolgono in atmosfere fumose e trasognate, che passano dall’evidente passione per la psichedelia d’antan al fuzz spaziale (“All Gods Die”), strizzando anche l’occhio agli eterni maestri Black Sabbath, senza arrivare a imitazioni pedisseque; in “Cosmic Prison”, per esempio, dove la voce effettata riporta però al modello di certo “nuovo” doom inglese, o in certi effetti sonori che facevano capolino su “Vol.IV”: come all’inizio e al termine della (relativamente) breve ma conturbante “Blood Red Shine”, un vero e proprio duello tra gli strumenti su cui primeggia il basso di Lorenzo, o nella sezione centrale della maestosa suite “Death Dog” (peraltro collegata con l’altrettanto lunga titletrack a seguire), perfetto riassunto del loro sound. Che non ha forse l’originalità assoluta dalla sua, ma è mirabile nella sintesi delle fonti di i(n)spirazione. La menzione finale è per il ruolo rilevante del sintetizzatore e del theremin, che come detto trovano sempre più peso; assieme all’evidente gusto per le sonorità space-rock, anche il fantasma di Ray Manzarek aleggia spesso sulle tracce, e non a caso chiude l’album una spettrale e stravolta restituzione di “Light My Fire” dei The Doors: magari abusata, ma meritevole in questa riscrittura che pare l’incontro tra i primi Ghost (almeno per la stralunata linea di synth) e il grasso cosmico dello stoner più drogato, con un valore aggiunto nell’assenza di inutili tentativi di imitare l’iconica voce di Morrison. La via italiana al doom si conferma insomma vivace e di qualità, e i Satori Junk sono ormai più di una semplice promessa.

TRACKLIST

  1. Intro
  2. All Gods Die
  3. Cosmic Prison
  4. Blood Red Shrine
  5. Death Dog
  6. The Golden Dwarf
  7. Light My Fire (The Doors cover)
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