7.5
- Band: SATURNALIA TEMPLE
- Durata: 00:48:42
- Disponibile dal: 01/03/2024
- Etichetta:
- Listenable Records
Tornano i Saturnalia Temple e con loro un’ondata di vibrazioni scure e maligne. La creatura del frontman Tommie Eriksson si conferma infatti votata ad un doom lisergico, ipnotico e acido, che integra l’aspetto più ‘accattivante’ dello stoner con alcune derive ambient e – particolarità che li rende effettivamente interessanti – un sentore di black metal (particolarmente nella voce dello stesso Tommie, con una prestazione spesso vicina agli ultimi Inquisition).
Ma andiamo con ordine: ricordiamo a chi avesse scarsa familiarità (o poca memoria storica) che Eriksson è un veterano della scena metal svedese, con un lontano passato di militanza in formazioni più ‘classiche’ quali Therion e Nocturnal Rites, ed attualmente impegnato in progetti maggiormente sperimentali quali l’ensemble internazionale The Nest e il suo side-project dark ambient Lapis Niger.
Coi Saturnalia Temple il musicista di Stoccolma dà voce alla propria personale esperienza legata all’esoterismo, e lo fa utilizzando le sonorità psichedeliche e distorte che – fin dagli anni ‘60 – hanno funzionato al meglio per descrivere esperienze alternative di spiritualità e percezione dell’io. Chiaramente qui siamo in territori prettamente metal – e anche pesante – tanto che più che ai ‘soliti’ padri fondatori Black Sabbath viene da guardare a degli altri inglesi, quegli Electric Wizard che dagli anni ‘90 in poi hanno alzato l’asticella della cattiveria nel doom più inacidito e meno ortodosso (oltre che ad Acid Witch, privati dell’aspetto più ‘orrorifico’ della loro proposta, e ai Cathedral del periodo centrale della loro carriera).
Questo lavoro segue il buonissimo “Gravity” – un disco che, riascoltato dopo alcuni anni, ci sentiamo di rivalutare rispetto a quanto percepito in sede di recensione – e vede un’importante novità in fatto di line-up, ovvero l’ingresso in formazione dei fratelli Gottfrid e Pelle Åhman, rispettivamente al basso e batteria. I due ragazzi, con il loro lungo passato nei compianti In Solitude, vanno a formare una sezione ritmica di pregio, portando la propria concezione di metallo oscuro (e più in senso lato di musica sperimentale, vedi il loro stralunato progetto Pågå).
Perciò, sebbene valgano le ‘avvertenze’ già espresse in passato, dato che la proposta degli svedesi è piuttosto monolitica, in una certa misura opprimente e sicuramente non per tutti, è innegabile la capacità di giocare con riffoni ripetitivi e assoli indiavolati, mantenendo intatto il senso del ritmo – come dimostrato egregiamente nella title-track “Paradigm Call”; altrove ci troviamo di fronte a pezzi più movimentati e duri, quali “Among The Ruins”, dall’incedere addirittura veloce, tirato e catchy, o “Empty Chalice”, un altro brano in cui è la sezione ritmica a farla da padrona.
Altrove è la vena più distorta e lisergica a prendere il sopravvento, come ben dimostra la strumentale posta in chiusura, quella “Kaivalya” che parte in modo quasi minimale per liberarsi e raggiungere galassie lontane e mondi paralleli, mentre “Ascending The Pale” e il brano scelto come ‘singolo’ apripista, “Revel In Dissidence”, sono un altro esempio di come Eriksson e soci siano capaci di coniugare velocità e pesantezza senza che a farne le spese sia un certo grado di orecchiabilità.
In definitiva, un bel disco, che rimane a fuoco grazie ad un certo rigore nella scrittura, con composizioni che non concedono nulla all’allegria di matrice ‘flower power’ tipica di molto stoner-doom e, anzi, scavano nell’oscurità, ma senza rimanerne inghiottite.
