9.5
- Band: SAVIOUR MACHINE
- Durata: 01:09:32
- Disponibile dal: 01/08/1993
- Etichetta:
- Intense Records
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La storia della musica, non solo metal, è piena di capolavori isolati, frutto di un’alchimia irripetibile, in carriere che prima e dopo hanno seguito una direzione ben diversa. Lavori così unici, anticonvenzionali, da diventare invisi agli stessi autori. Oppure, senza alcun rancore né senso di colpa, semplicemente scavalcati a favore di una nuova identità. I sedimenti del tempo, in molti di questi casi, portano a lasciare in disparte queste singolari creazioni, che finiscono per assumere connotati leggendari per una piccola schiera di fanatici, mentre la parte preponderante degli ascoltatori continua bellamente a ignorarli e a dedicare a qualcun altro le proprie attenzioni. L’esordio dei Saviour Machine, esempio originalissimo di progressive/epic/gothic metal sinfonico, appartiene a pieno titolo a questa categoria di album reietti e mai apprezzati abbastanza, vittima della sua stessa complessità, della difficoltà di poterlo comprendere secondo i suoi molteplici e contraddittori significati. I Saviour Machine hanno rappresentato per il mondo dell’heavy metal un vero e proprio U.F.O., un oggetto non identificabile, sfuggente ai radar di qualsivoglia categorizzazione: nati nel 1989 a Los Angeles per volontà dei fratelli Eric e Jeff Clayton, il primo cantante, il secondo chitarrista, arrivano a questo esordio omonimo, successivamente conosciuto come “Saviour Machine I”, mettendo in fila una serie di trademark mai più replicati nella stessa forma dalla band stessa, e nemmeno da altri gruppi arrivati dopo di loro. Il disco esce per Intense Records nel 1993, e sarà quindi ristampato nel 1996 dalla Massacre, label tedesca cui i quattro americani si uniranno in un sodalizio artistico che andrà a cessare solo con lo scioglimento della band, avvenuto ufficialmente, dopo molte traversie, solo nel 2013. Ma stiamo precorrendo i tempi, perché se a partire da “Legend I”, primo capitolo dell’epopea “Legend”, concept sull’Apocalisse diviso in quattro full-length, i californiani si sono incanalati in un gothic metal atmosferico e oppressivo, gli esordi mettevano in luce ben altre risorse e attitudini. Innanzitutto va compresa la corrente di pensiero cristiana della formazione, che è tutto fuorché foriera di facili slogan e idee semplicistiche: i testi di Eric Clayton sono colmi di metafore, critiche alla cultura religiosa – i Saviour Machine, per alcune frasi presenti nei testi di “Legion”, saranno oggetto di un duro ostracismo da parte di alcuni movimenti di fondamentalisti cattolici negli States – immagini forti e darkeggianti, all’insegna di una spessa tensione verso un clima apocalittico colmo di pathos e drammaticità. L’opener “Carnival Of Souls”, aperta da cori altisonanti e tastiere operistiche, mette in fila i dogmi del Saviour Machine-pensiero: l’enfasi esagerata, quasi sfiancante, della voce di Clayton, alla quale l’aggettivo “teatrale” va perfino stretto; le melodie darkwave, mutuate da personaggi quali Sisters Of Mercy e Cure, rilette secondo un’ottica personalissima; la pulizia e la chiarezza del suono, con chitarre, tastiere e orchestrazioni poste quasi sullo stesso piano e i cori leggermente più sotto, ma fondamentali per integrare la passionalità delle lead vocals; la struttura progressiva, in costante crescendo, dei pezzi. A livello più subliminale, percorre tutta l’opera un senso di vertigine, di epicità smisurata, data dalla densità e varietà di riff, arrangiamenti, linee vocali; raramente si respira e ci si rilassa durante l’ascolto di “Saviour Machine I”, l’incedere è incalzante e l’accumulo di passaggi gloriosi e pervasi da un senso di pericolo immanente porta quasi in sovraccarico emotivo. Il maggiore responsabile di queste sensazioni è proprio il cantante, che nei quasi settanta minuti del disco lascia raramente gli strumenti senza l’accompagnamento della sua voce; la percentuale dei suoi interventi sul minutaggio totale dell’album è altissima, i passaggi da toni lirici ad altri quasi baritonali è incessante. Il modo in cui Eric Clayton è posseduto dalla musica, la vive e la somatizza, ha dell’incredibile. Il Nostro, negli Anni 2000 colpito da gravi problemi di salute che l’hanno portato a lasciare prematuramente le scene, oltre che per la sua vocalità si è distinto negli Anni ’90 per uno stage acting unico, fatto di una gestualità comprendente una serie di mosse studiate e gesti eclatanti e di un trucco di scena – uno spesso strato di cerone bianco in volto e vistosi gioielli al collo e in fronte – che poteva ricordare quello di David Bowie. Proprio da una canzone del suo repertorio, “Saviour Machine” appunto, i fratelli Clayton hanno tratto ispirazione per il monicker. Nonostante l’elevata durata, in “Saviour Machine I” non vi sono interludi, strumentali, spoken words: le dodici tracce sono canzoni vere e proprie, ognuna una piccola suite infarcita da un quantitativo di soluzioni sulle quali molti altri act avrebbero basato un’intera discografia. “Ludicrous Smile”, “The Widow And The Bride”, “Christians And Lunatics” sono a tutti gli effetti heavy metal song dal taglio progressivo raffinatissimo, accostabili nella frammentarietà e concettualità del loro dipanarsi soltanto a giganti del prog a stelle e strisce quali Fates Warning, Psychotic Waltz, Queensryche. Composizioni che denotano comunque un’anima radicalmente diversa dalle band citate, attraversate come sono da una spiritualità belligerante, una sacralità esagitata e culminante in chiusure dei brani a dir poco funamboliche, con orchestrazioni, cori, pattern percussivi intricatissimi, chitarre plumbee ma trancianti, a unirsi in un coacervo di tumulti dell’anima e annunciazioni di ire divine. Epicentro del disco, non solo perché posta a metà tracklist, ma in quanto summa ultima dei fervori di questi musicisti, è la gigantesca “Killer”: nella prima metà si srotola un mid-tempo solenne, con una melodia orientale a inondare di grandeur il brano assieme alle ossessive strofe di Clayton, che descrive azioni, pensieri, peccati di questo metaforico “Killer”, fra momenti più controllati e altri accesissimi. Poi, improvvisamente, come un quadro che va in dissolvenza davanti ai nostri occhi e si tramuta in un’immagine completamente differente, ecco una repentina accelerazione e un finale in cui angeli e demoni sembrano cavalcare, a migliaia, gli uni contro gli altri in una battaglia definitiva per dirimere l’infinita diatriba tra Bene e Male. Potete partire da qui, per scoprire un disco che non teme confronti con qualsiasi altra pietra miliare del filone “classico” del metal, e appagherà tutte le vostre voglie di musica complessa, emozionale, teatrale all’ennesima potenza. Fatevi salvare.
