7.5
- Band: SCARDUST
- Durata: 41:41
- Disponibile dal: 18/07/2025
- Etichetta:
- Frontiers
L’aggettivo ‘bislacco’ rimane fisso in mente dopo aver ascoltato l’album “Souls” degli Scardust, quando si raggiunge l’ultima traccia e si chiudono gli occhi per fare il punto. Un aggettivo che – a primo acchito – potrebbe far storcere il naso o risultare quasi denigratorio o mancante di rispetto ma che, nel contesto di questa recensione, ha lo scopo di generare curiosità, accendere l’interesse e mettere l’ascoltatore nella giusta ottica durante l’ascolto di un prodotto discografico che fatica ad essere racchiuso dentro una scatola sigillata da una singola e chiara etichetta.
”Souls” è un album bislacco perché composto da una band che, all’interno del mondo del metal, percorre una strada molto personale senza focalizzarsi sul concetto di appartenenza alla categoria e senza vergognarsi di attingere da mondi che distano molto dagli stilemi classici di uno specifico genere, al fine di creare e seguire una visione ben delineata ma di nicchia – soprattutto se comparata ad altre band dello stesso ecosistema.
Gli ingredienti che gli israeliani Scardust mettono nel loro calderone sono presi da molti contenitori differenti: una goccia di metal sinfonico alla Epica, un paio di cucchiai di poliritmi presi dall’ambiente progressive più moderno di band come Ne Obliviscaris o Leprous, una spolverata di virtuosismo strumentale alla Dream Theater, una bella dose di parti vocali melodiche alla Tesseract e – per finire – un nonnulla di pazzia che li porta a toccare il mondo Disney con un medley dedicato alle loro più famose principesse e rilasciato nel 2022.
Come se non bastasse, questi elementi – a prima vista dissonanti – vengono da un’amalgama fatta di sonorità celtiche che fluiscono a volte nella musica mediorientale o sud mediterranea, con delle parti corali magistralmente eseguite dall’orchestra di Tel Aviv che duetta con un ensemble turca e degli ospiti di livello come la violinista Ally Storch (Subway To Sally) e il cantante degli Haken, Ross Jennings.
Nel caso in cui questo pot-pourri non fosse ancora sufficiente, dovremmo scomodare anche le parti testuali dell’album che riescono a mescolare tematiche più fumose ed oniriche come il desiderio di connessione dell’essere umano, la perdita e l’amore a concetti più razionali e tangibili come come l’avvento delle criptovalute e la figura misteriosa del creatore di Bitcoin: Satoshi Nakamoto.
L’apertura dell’album è condotta da “Long Forgotten Song”, un brano che sembra uscito da un concept album degli Ayreon ed esegue il ruolo di presentazione introducendo la versatilissima voce femminile di Noa Gruman, i primi intrecci di pianoforte jazz e chitarre acustiche, i primi assaggi di drum and bass, insomma, i sapori che l’ascoltatore ritroverà più avanti; da questo punto in poi ogni brano seguirà un filone leggermente diverso, in grado di enfatizzare gli assaggi proposti in apertura.
“My Haven” e “RIP” sono forse i brani più vicini al mondo heavy metal classico dell’intero lavoro, scanditi da un timbro vocale più crudo, a tratti growl, intervallato da aperture pulite e chitarre che non abbandonano le parti ritmiche ma giocano lo stesso gioco di basso e batteria per creare un substrato robusto e di impatto a sostegno dell’ottima performance vocale. ”Dazzling Darkness” ed “Unreachable” spostano il focus sugli aspetti più melodici e di facile digestione della band, non a caso i primi singoli vengono estratti proprio da questa sezione.
Molto interessante è lo spazio dedicato all’orchestra di Tel Aviv che in “Unreachable” ricopre un ruolo centrale differenziandosi dalle solite orchestrazioni di sottofondo e imponendosi come colonna portante del brano.
La tripletta conclusiva di un album molto improntato sulla vocalità come “Souls” è dedicata invece alla trilogia chiamata “Touch Of Life”: il primo brano di questo terzetto, dal titolo “In Your Eyes”, vede il supporto della caratteristica e vibrante voce di Ross Jennings degli Haken, che si incastra bene con quella di Noa Gruman e dona spessore e carattere ad un brano su cui una voce esclusivamente femminile sarebbe forse risultata un po’ monotona – complice anche un reparto strumentale che, su questa particolare traccia, non esce poi troppo dal seminato. La seconda parte, dal titolo “Dance Of Creation”, è forse il brano più avanguardista dell’intero album: un intermezzo dalla durata di circa tre minuti in cui la cantante si abbandona ad un tecnicissimo vocalizzo sillabato (chiamato ‘scat’ in gergo jazz) che regala all’ascoltatore un mix tra l’iconico duetto che Ella Fitzgerald fece con Mel Torme e la famosissima – almeno per il pubblico italiano – “Brava” di Mina.
L’ultimo brano della trilogia (”King Of Insanity”) è il punto di contatto della band con la sua anima più scura e progressive, vicina ad artisti come Dream Theater o Soen. Anche in questo caso il timbro del cantante degli Haken arricchisce una parte vocale femminile in cui il growl prende il sopravvento e riporta a galla alcuni dei leitmotif ascoltati nel brano di apertura, facendo, in questo modo, da riassunto e conclusione dell’intera opera.
“Souls” è un album complesso e capace di soddisfare e stupire ma, allo stesso tempo, di disorientare; un album composto da artisti che nella loro vita hanno suonato e, soprattutto, ascoltato tanta musica, artisti che sono stati in grado di unire al talento indiscusso di Noa Grunman un reparto strumentale di livello, capace di enfatizzare al meglio delle corde vocali che definiremmo eufemisticamente fuori dal comune.
“Souls” è un album studiato a fondo e partorito lentamente nel corso di cinque anni: in questo periodo la compagine israeliana ha fatto un concreto salto in avanti rispetto al precedente “Strangers” producendo un lavoro di livello che tuttavia risulta a tratti troppo sperimentale e avanguardista, quasi come se i musicisti avessero a volte perso le redini per abbandonarsi alla sperimentazione più sfrenata e a tratti fine a se stessa.
L’ultimo album degli Scardust è un prodotto valido e convincente ma che ci sentiremmo di consigliare solo ad un pubblico che nel proprio percorso musicale ha masticato molto progressive, senza paura di uscire dal recinto del metal più puro; un album che, per essere compreso, richiede tempo, dedizione, curiosità e una buona dose di sana apertura mentale.
