6.0
- Band: SERENADE
- Durata: 00:49:52
- Disponibile dal: 21/5/2012
- Etichetta:
- Revalve Records
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Un debutto interessante. ma purtroppo non scevro da pecche, questo “Wandering Through Sorrow” dei padovani Serenade. uU disco che ci mostra un potenziale davvero elevato, affiancato però ad alcune scelte più povere, che limitano la resa dell’album stesso sotto uno dei suoi aspetti più importante, ovvero l’efficacia. E, lo diciamo subito, questo è un gran peccato, viste le doti tecnico/compositive mostrate dalla band tutta, e soprattutto considerate l’incredibile timbrica ed estensione vocale della bravissima singer Claudia Duronio. La musica proposta dalle undici, abbastanza lunghe, tracce di questo debutto è fortemente debitrice del symphonic/gothic metal di Epica, Nightwish e Within Temptation, con particolare riferimento all’elaborato songwriting dei primi, decisamente marchiato a fuoco su tutte le composizioni dei Serenade. A voler essere sinceri, uno dei punti deboli principali di “Wandering Through Sorrow” è proprio l’eccessiva dipendenza dalle coordinate musicali tracciate da Simone Simons e soci… dipendenza non intesa nel senso di plagio, ma proprio come scelta delle suggestioni musicali cui ispirarsi. Il metal sinfonico degli Epica, infatti, complesso ed elaborato, trova sugli ultimi dischi della band olandese un fisiologico stemperamento, grazie al mescolamento con la matrice gotico/sinfonica di elementi più accessibili. Sono infatti le melodie dal sapore orientale, le leggere influenze pop o della musica radiofonica, e tutti gli altri vari inserti a contribuire in larga parte a stemperare le asperità presenti nel songwriting di Jansen e a decretarne il successo commerciale. Questa azione di dilavamento della spigolosità compositiva non si avverte in “Wandering Through Sorrow”, che rimane un disco molto ambizioso, ricco di elementi simili, ma povero invece di altri elementi di diversità che contribuirebbero a differenziare il songwriting, diminuendo l’impatto sull’ascoltatore delle diverse tracce. Troppo costruite, troppo sinfoniche e troppo gotiche, così risultano alla lunga le canzoni contenute nel disco; brani ottimi come costruzione, tecnica e realizzazioni, ma forse un po’ troppo scarni sotto il profilo emozionale. Da questo punto di vista, a peccare sono anche le tastiere e gli arrangiamenti a cura di Alessandro Moro, perfetti come esecuzione e produzione, ma poco integrati nell’impasto musicale, finiscono per risultare quasi appoggiati sopra al pezzo, e non parte integrante dello stesso, con l’effetto di rendere meno uniforme l’ascolto. Insomma, tanti piccoli elementi che danno un impressione generale di un disco decisamente ben fatto, anzi virtualmente perfetto sotto il profilo puramente tecnico, ma poco efficace nel colpire al cuore l’ascoltatore. Dove infatti ci aspetteremmo di essere trascinati nel vortice di emozioni di cui molti dei titoli sembrano parlarci, ci troviamo invece spersi nei meandri di un songwriting sin troppo elaborato, forse troppo concentrato su se stesso che non sull’ascoltatore. Una discreta prima prova, comunque, che promuoviamo con la sufficienza, sperando che le nostre critiche spingano questi sei bravi musicisti a cercare di dare maggior respiro alla propria proposta musicale, inspessendola e insaporendola con influenze magari più ampie rispetto alle sole band della scena gotico/sinfonica.
