6.5
- Band: SERPENT ICON
- Durata: 00:20:00
- Disponibile dal: 06/03/2026
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Con “Tombstone Stories”, i Serpent Icon fanno il loro ingresso nel panorama melodic death metal con un biglietto da visita che non lascia spazio a fraintendimenti: questo è un tributo al cosiddetto Gothenburg sound, nel senso più classico e dichiarato del termine. Il progetto tedesco guidato dal chitarrista Tobias Dahs, affiancato dal vocalist Christian Müller dei Night In Gales e dal batterista Hartmut Stoof, nasce esplicitamente come atto d’amore verso una stagione ben precisa del metal estremo europeo, quella a cavallo tra la metà e la fine degli anni Novanta, quando una certa Svezia significava soprattutto riff taglienti, melodie gemelle e un equilibrio costante tra aggressione e lirismo. Chiaramente, l’intento è tutto fuorché quello di riscrivere le regole, e nemmeno di aggiungere una virgola particolarmente vistosa al vocabolario del genere. I Serpent Icon si muovono invece con rispetto quasi filologico, cercando di fondere la spinta ritmica più lineare e frontale degli At The Gates della seconda parte di carriera con le armonizzazioni chitarristiche di matrice maideniana che resero iconici gli In Flames della fine degli anni Novanta. È sostanzialmente una musica composta da fan per altri fan, senza sovrastrutture o ambizioni di rottura, ma per questo permeata di una sincerità che si avverte sin dalle prime battute.
Il lavoro di Dahs alla chitarra è pulito, ordinato, metodico: ogni elemento al suo posto, con riff portanti ben riconoscibili, interventi solisti che non debordano mai in virtuosismi superflui e un continuo gioco di armonie che cerca costantemente di tenere vivo l’interesse. La sezione ritmica di Stoof fa il suo dovere con disciplina, sostenendo i brani senza rubare la scena, mentre la presenza di Müller al microfono aggiunge quel sigillo di credibilità che, per molti ascoltatori, rappresenterà un valore aggiunto non trascurabile. La sua interpretazione si inserisce perfettamente nel contesto, ruvida quanto basta, senza eccessi teatrali o derive moderniste.
Se buona parte del mini si muove su coordinate credibili ma nella media, ci sono alcuni episodi che riescono a staccarsi dal semplice esercizio di stile, con la title-track, in particolare, che mostra una verve più ispirata, con un lavoro di chitarre che sa essere al tempo stesso energico e arioso. “Sirens And Sinners” segue a ruota, spingendo un po’ di più sull’acceleratore e offrendo uno dei momenti più dinamici dell’intero lotto. Alla fine, il giudizio su “Tombstone Stories” dipende in larga misura dal grado di nostalgia dell’ascoltatore: chi sente ancora la mancanza di una certa Svezia di fine millennio, o chi è un completista del filone, troverà qui un lavoro nel complesso ben confezionato, persino più pimpante della media attuale in un paio di passaggi. Per tutti gli altri, resterà un’uscita onesta ma prevedibile, quasi un’appendice naturale alle recenti prove dei Night In Gales, band che, almeno per ora, continua a muoversi su un livello complessivamente superiore.
