6.5
- Band: SHINE
- Durata: 00:45:51
- Disponibile dal: 30/01/2026
- Etichetta:
- Dark Descent
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“Wrathcult” è l’album di debutto dei polacchi Shine, formazione nuova di zecca capitanata da Tomasz Dobrzeniecki dei defunti Hazael. La line-up è composta da altri quattro nomi più o meno noti dell’undeground polacco, tutti impegnati anche nei progetti Varnheim, Baalberith, Beuthen, Offence, Witchfuck e Zdechły Anioł.
Dunque, non stiamo parlando di musicisti di primo pelo, ma di artisti ben rodati e, nel caso di Dobrzeniecki, di un nome capace di scrivere un pezzo di storia del metal estremo del suo paese, perché all’inizio degli anni Novanta gli Hazael realizzarono il demo “Clarvoyance” e l’album “Thor”, un’accoppiata uscita nel biennio 1992-1993, che, pur rimanendo più in ombra rispetto ai lavori dei connazionali Vader, ha rappresentato l’avanguardia del death metal polacco. Prima di sciogliersi definitivamente nel 1996, gli Hazael si spostarono su suoni tra il doom e il gothic, con l’album “The Kiss And Other Movements”, che sarebbe dovuto uscire per la Century Media, ma l’accordo saltò in extremis per volere dell’etichetta tedesca, insoddisfatta della produzione e di ciò che venne registrato.
Ecco, conviene sottolineare subito che gli Shine non mantengono quelle sonorità grezze di death metal primordiale riconducibile agli esordi degli Hazael, che erano un valido mix tra la primissima ondata svedese e la scuola tedesca dei Morgoth. Un paio di aspetti di quella prima esperienza sono comunque rimasti nel nuovo progetto di Dobrzeniecki: alcune atmosfere cupe tendenti al gothic e l’interesse per i temi mitologici delle antiche civiltà germaniche, norrene e slave. Fatta questa doverosa premessa, “Wrathcult” è un’opera che prova a unire la corrente più moderna del black-death metal proveniente dalla Polonia (Behemoth e Hate) con massicce dosi di melodia e un’aura tra l’epico e il cupo. Ci riesce? In parte sì e in parte no.
Dopo il breve intro di chitarra di “Ancient Chaos” e il primo minuto di “The Lamb Against The Wolf”, si viene scaraventati in un turbine di blast-beat, doppia cassa e riff a tutta velocità in tremolo, inframezzati da assoli ultra-orecchiabili e passaggi più cadenzati, mentre la voce bilancia sapientemente growling e screaming. La lezione è in tutto e per tutto quella di Nergal e soci, ripresa e rimodulata, ma terribilmente simile, quasi da scadere nel mero clone. Non cambia di una virgola “Kneel Before The Serpent”, mentre “Oddajcie Co Moje” si apre con un incidere più controllato e dal sapore black metal, per poi esplodere nuovamente in una cascata di riff melodiosi, arpeggi malinconici e fraseggi più intricati, alternando sezioni evocative a pura brutalità. Il finale vede l’ingresso in scena di linee vocali pulite, che in alcuni passaggi sono appunto più vicine al filone gothic e in altri ricordano la solennità dei lavori pagan dei Bathory.
È una ricetta che si ripete per tutto l’album con picchi più alti di black metal, altri più vicini al death metal melodico e spruzzate di tonalità gotiche o pagane messe un po’ qua e un po’ là. La qualità compositiva è palpabile, anche se in alcuni frangenti si vuole spingere in maniera veramente eccessiva su soluzioni orecchiabili, come per esempio le sezioni corali per coinvolgere il pubblico dal vivo nella parte centrale di “The Horror Of The Night”, che poi riprende nuovamente una parte evocativa goth e un finale black metal. Siamo nel campo della proprietà commutativa pura e semplice, ovvero: cambia l’ordine dei fattori, ma il risultato non cambia. A volte la voce pulita e i cori pagani sono prima, altre dopo, ma in fin dei conti ci sono sempre, idem per le sfuriate black-death o gli intrecci iper-melodici.
“Wrath Of The Hammer” è forse la canzone più riuscita dell’album nel proporzionare in maniera equilibrata la più suggestiva vena epica e l’irruenza sonora. Estremizzando il tutto, potremmo dire che la proposta degli Shine assomiglia a una cover band della seconda incarnazione dei Behemoth che prova a coverizzare gli Emperor di “Anthems To The Welkin At Dusk”. Un obiettivo sì ambizioso, ma anche complicatissimo e infatti il quintetto polacco non raggiunge mai il livello di creatività, tecnica e ingegnosità della band norvegese. Per quanto riguarda l’influenza dei Behemoth, invece, siamo veramente sulla buona strada anche a livello di sezione ritmica, con il batterista Pawel Duda che regge bene il confronto con un mago dei tempi estremi come Zbigniew Robert Promiński, alias Inferno.
In ogni caso, siamo al cospetto di un disco rispettabile e ben suonato, che sicuramente raccoglierà consensi tra i fan dei Behemoth, ampliando magari il bacino d’utenza della label americana Dark Descent Records. Ciò che piace senza se e senza ma è il concept, che rende omaggio nella copertina e nei testi ai miti e ai riti precedenti all’avvento del Cristianesimo nell’Europa centrale e nord-orientale. A livello di produzione, il disco è registrato negli studi di Filip Heinrich Halucha, ingegnere del suono polacco che vanta un curriculum da musicista e session in band come Vesania, Hate e Decapitated; va da sé che con una scelta dietro alla consolle di questo tipo, l’opera sia improntata su suoni moderni e pompatissimi, ma comunque ben modulati tra di loro.
Tirando le somme, nel riproporre il modello black-death metal dei Behemoth, gli Shine sono sicuramente una garanzia, ma, quando cercano di aggiungere personalità al tutto e trasmettere un senso di maestosità, forzano troppo sulle soluzioni melodiche e faticano dannatamente a uscire dal loro schema preimpostato, risultando già dal primo ascolto troppo prevedibili e anche un po’ banali.
