SHIT AND SHINE – Ladybird

Pubblicato il 21/01/2016 da
voto
9.0
  • Band: SHIT AND SHINE
  • Durata: 00:41:43
  • Disponibile dal: 17/10/2005
  • Etichetta: Southern Records
  • Distributore:

Un’orgia sonora della durata di quasi quarantadue minuti, un viaggio psichedelico per affrontare il quale si sconsigliano droghe, o il trip non vi scenderà mai più. Forse basterebbero queste due righe per descrivere “Ladybird”, ma c’è in realtà talmente tanto, in questo album, da meritare di essere raccontato. Gli Shit And Shine nascono a Londra dall’incontro di Craig Clouse, polistrumentista e rumorista texano, con altri folli compagni di viaggio orbitanti nel microcosmo all’incrocio tra arte sperimentale e ambiente DIY; possono essere citati almeno Larry Mannigan (batteria) e Frank Mckayhanle tra i suoi sodali più costanti, ma per il resto il combo è un folle pachiderma in grado di raggiungere le decine di unità, di comporsi e sfaldarsi serenamente a seconda delle occasioni. Le loro prime esibizioni, spesso in scantinati, squat o di sottofondo a vernissage di amici, sono vere adunanze venate di improvvisazione, ricerca noise, urla filtrate prossime al black metal sperimentale, assalti sonori guidati da dieci, quindici batteristi raccolti a creare parossismi degni di un sabba. Dopo un esordio su disco ancora poco maturo, avvenuto nel 2004 con “You’re Lucky To Have Friends Like Us”, affinano la loro ricerca e riescono infine a riportare su disco le allucinogene esperienze delle loro esibizioni live, in occasione delle quali creano un magma sonoro continuo, ininterrotto, disturbante, condito da un’attenzione al metronomo che farebbe impallidire Malmsteen. “4 drummers, 2 bassists and 1 toy keyboard = 1 riff, 41 minutes = evil fun”: questo il riassunto, scarno ed essenziale, presente nelle note di copertina di “Ladybird”, e il resto vien da sé. L’album è targato 2005, ma in realtà ha, pure in questo, un’origine peculiare e antecedente; l’etichetta Southern Records, che prende gli Shit And Shine sotto la sua benevola ala, ha infatti deciso da anni di omaggiare, in qualche modo, le mitiche Peel Sessions che tanto hanno dato alla visibilità e al successo di band apparentemente incompatibili col grande pubblico, grazie alla lungimiranza del compianto John Peel. Ed ecco che quindi, di tanto in tanto, gli studi interni della Southern vengono offerti per registrazioni one shot a pochi, mirabili selezionati:  passano da qui Wino & Conny Ochs o i Dälek, per citare due esempi. E il risultato esce, poi, per la sottoetichetta Latitudes, da considerarsi quasi una collana di live in studio. E qual è uno dei primi parti della Latitudes? Questo “Ladybird”, neanche a dirsi, registrato quando il loro primo album era fuori da poche settimane. Di certo non deludono i fonici e, immaginiamo, i fortunati che poterono assistere all’esibizione, perché ci pare impossibile immaginare una loro suite suonata con tale energia senza astanti: l’estetica che unisce merda e splendore, entrambi da spandere con generosità sul pubblico, qua c’è tutta. Tribalismo assoluto, basato sul tappeto sonoro costruito, appunto, da quattro batterie in sincrono che si limitano a tessere un classico, banale, ossessivo ritmo in quattro quarti. TUM TUM PAM PAM TUM TUM PAM PAM… Ci si trova come bambini sperduti a ritmare con la bocca questo movimento per tutta la durata del brano, mentre le pupille si dilatano e lo sguardo si fa vitreo. Sotto, sopra, intorno, come asteroidi impazziti i due bassi ultradistorti e accordati alla maniera di chitarre garage compiono microvariazioni sonore, dipingono schizoidi intermezzi tra il noise e lo sludge, mentre Craig gioca con la sua tastierina a creare micropaesaggi usciti dalla mente perversa di un serial killer. E come bonus, che pare quasi passare inosservato a un primo ascolto rispetto all’ossessività ritmica, la sua voce, con un cantato gridato, straziato, che fa pensare a una versione disperata di quello stesso suono di Detroit citato poc’anzi, su cui lo stesso vocalist inserisce poi dei brevissimi growl che creano un controcanto dall’inferno: come se questi piccoli stacchi fossero commenti ironici all’apparente dolore esistenziale della linea vocale principale. E poi, di tanto in tanto, fa capolino dell’occasionale parlato: “Rust! Rust!”, declama principalmente.  Ma in effetti non è possibile arrugginire progressivamente, all’ascolto di questa smerigliatrice continua. Avete presente gli estratti autoptici presenti in “Necroticism” dei Carcass? Ecco, se al tempo riuscivano a raggelarvi almeno un po’ il sangue nelle vene, qui la vostra spina dorsale avrà più di qualche brivido, quando farà capolino questa banale ma raggelante voce di basso. Cosa vorrà dirci, realmente? Quale di queste tre voci ci butta un’ancora di salvezza? Forse nessuna, è questa la verità: si affonda sempre di più, e tutto sommato il naufragar m’è dolce. In casa S&S gli echi principali, alfa e omega del percorso musicale, sono soprattutto band come Merzbow, Melvins, più tanto industrial; del più scabro, naturalmente. Butthole Surfers, forse, ma parliamo di un riferimento persino troppo morbido, rispetto alla loro abrasività. La ritmica ossessiva, o le armonie che si sovrappongono indifferentemente ogni tot battute, renderanno la percezione di certo industrial metal come la cosa più melodica che avete mai sentito, al confronto. Eppure non si finisce mai, nemmeno per un secondo, nell’assenza di pattern di certe estremizzazioni che allontano completamente certe produzioni dal nostro benamato genere; tutti i minuti, i secondi, le battute che compongono questa roboante traccia hanno un disegno e uno scopo, ovvero far soffrire, sebbene con un sorriso, questo è evidente. O forse è meglio parlare di un ghigno, quello di chi officia un baccanale sperando di vedere chi si lascerà trascinare a fondo, cinicamente, ma in cui il maestro di cerimonia è pronto alla fine a suonare una spernacchiante trombetta di carnevale, o una bambolina in cui è stata inserita una radio a basse frequenze – come avviene effettivamente nei live della band – e dire “è stato tutto uno scherzo!”. Ecco, al di là delle sonorità violente e disturbanti, e a prescindere dall’intera produzione degli Shit And Shine, talvolta deviata alla sperimentazione tout court, “Ladybird” è un album totalmente metal: per il suono, le ritmiche e soprattutto l’esito emotivo. Ma è anche un’esperienza sonora che trascende gli stili e persino le definizioni più classiche; anni fa comparve una brillante recensione online, che paragonava la sua apparizione sulla scena estrema a quella di “Metal Music Machine” di Lou Reed nell’ambito rock. Ecco, mai come in questo caso chi vi scrive ci tiene a sottolineare che Lou Reed ha smesso di essere interessante dopo i Velvet Underground: se cercate davvero un punto zero sonoro, una “macchina da musica metal” lasciate perdere quell’accozzaglia di suoni e mettete in loop questo “Ladybird”.

TRACKLIST

  1. Ladybird
4 commenti
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