7.5
- Band: SIJJIN
- Durata: 00:48:49
- Disponibile dal: 25/04/2025
- Etichetta:
- Sepulchral Voice
Con “Helljjin Combat”, i Sijjin compiono un significativo passo avanti nel loro percorso artistico, confermando le promesse del debutto e al contempo affinando la loro proposta. Sin dalle sue prime battute, il secondo album della band basco-tedesca si distingue infatti per una maggiore complessità strutturale, pur mantenendo intatta quella vena ruvida e spiritata che aveva caratterizzato il primo full-length. Il thrash-death abrasivo del debutto, insomma, cede ora il passo a una formula più elaborata, con composizioni medio-lunghe che si sviluppano in modo meno istintivo e più ragionato.
Se su “Sumerian Promises” l’attacco frontale era la chiave di volta del sound, qui i Sijjin dimostrano di voler approfondire un po’ il proprio linguaggio musicale, ricorrendo a più riff per traccia e a uno sviluppo meno lineare. Del resto, il bassista/cantante Malte Gericke, ex leader dei Necros Christos, porta con sé un’eredità fatta di trame oscure e complesse, che qui comunque trovano una forma più accessibile rispetto alle maratone ritualistiche della sua vecchia band. La componente Possessed e primi Morbid Angel che aveva dominato il debut album è ancora ben presente, tuttavia ora si colloca in un contesto più stratificato, con cambi di tempo e variazioni che arricchiscono l’esperienza d’ascolto.
La bio ufficiale allegata al disco cita primi Megadeth e Slayer fra i punti di riferimento della nuova direzione dei Sijjin, e il paragone non è campato in aria: pur rimanendo saldamente ancorati a un thrash-death senza grandi fronzoli, pezzi come “Fear Not the Tormentor”, “Death Opens The Grave” o “Religious Insanity Denies Slavery” non tardano a mostrare un approccio strumentale più esteso, in cui delle chitarre particolarmente ispirate si lasciano andare a sezioni articolate che possono ricordare, per atmosfere e sviluppo, un classico come “Hell Awaits”. Le citazioni dirette sono poche, ma lo spirito di un certo thrash anni ’80 aleggia su diversi passaggi del lavoro, contribuendo a spezzare la linearità del riffing e a rendere la tracklist più dinamica.
In ogni caso, si tratta di un affinamento mirato e mai eccessivo: rispetto all’esordio, c’è sì un’attenzione maggiore alla costruzione di un’atmosfera che non si esaurisca nel mero impatto frontale, ma i Sijjin anche in questa nuova veste non perdono del tutto la loro essenza oltranzista, continuando ad affidarsi alle ruvide linee vocali di Gericke e a una produzione “live in studio” che ancora una volta esalta la componente tradizionalista e primitiva del sound.
Se “Sumerian Promises” era stato un disco efficace ma forse un po’ troppo derivativo e prevedibile a tratti, “Helljjin Combat” rappresenta quindi un’evoluzione convincente e necessaria: i Sijjin non rivoluzionano il proprio stile, ma lo arricchiscono al punto giusto tramite un songwriting più ricercato. Di conseguenza, l’esperienza ne guadagna parecchio in longevità, mettendoci davanti a diversi pezzi che crescono ascolto dopo ascolto e, in generale, a una nuova direzione stilistica che può aprire le porte a ulteriori sviluppi interessanti.
