7.0
- Band: SILVER KNIFE
- Durata: 00:47:00
- Disponibile dal: 19/04/2025
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
Dare ad un album il proprio nome è una scelta significativa. Di solito lo si fa quando si ritiene che un certo lavoro dica qualcosa di importante su chi si è o su chi si è diventati, o su chi si vuole diventare in futuro. Molti dischi eponimi immortalano artisti in stato di grazia (da “Iron Maiden” al white album dei Beatles, fino ai ben quattro “Led Zeppelin”) quindi, quando una band ne annuncia uno, è legittimo aspettarsi molto: ne sanno qualcosa i Suicide Silence.
Per questo, anche se i Silver Knife non sono esattamente una band di prima linea, ci sembra che la loro scelta di pubblicare un lavoro che porta il loro moniker nel titolo meriti di essere accolta con la dovuta attenzione. In che modo questo loro secondo full-length li rappresenta? Cosa mostra della loro identità artistica, o del loro percorso? Oltretutto, parliamo del sempre insidioso ‘secondo album’, quello con cui di solito o ci si consacra o si rivela il bluff. Spoiler: a nostro avviso, questo disco non fa né l’una, né l’altra cosa, ma ci arriviamo con calma. Partiamo, intanto, dal contesto.
I Silver Knife sono una formazione blandamente anonima, nel senso che, sebbene si presentino con le sole iniziali, è abbastanza noto che sono cinque musicisti di lungo corso provenienti da Belgio, Francia e Paesi Bassi, tra i quali spicca il prolificissimo Olmo ‘Déha’ Lipani. L’esordio è arrivato in piena pandemia con il discreto “Unyelding / Unseen”, dal quale traspariva già in modo abbastanza chiaro l’intenzione di proporre un black metal atmosferico riccamente contaminato, molto contemporaneo nel sound e, cosa non scontata, piuttosto riff-oriented. Seguono, nel 2022, “The Ring”, un EP dai toni più grezzi e scuri, e il debutto live sul prestigioso palco del Roadburn.
Arriviamo così all’oggi e, dunque, a “Silver Knife”, che presenta grossomodo la stessa formula di “Unyelding/Unseen” consolidata sotto alcuni aspetti, ma ancora perfettibile in altri.
Rispetto al lavoro precedente, è stato affinato il processo di songwriting, soprattutto in termini di consistenza e personalità. Resta forte e chiara l’influenza della scuola francese (per esempio nelle due impattanti tracce di apertura, “Silver” e “Restless Blight”), ma si apprezzano anche interessanti rivisitazioni della lezione americana (come nella titanica “Techne”, che guarda ai monti Appalachi con una drammatica lente scura) e, in generale, si respira un’aria carica di ispirazione e di tensione emotiva. Quasi tutto il platter è illuminato da una costellazione di bei riff, che tracciano una rotta lungo minutaggi anche importanti e che – fatto non secondario – non ricadono mai nell’effetto ‘collage di idee’ spesso riscontrabile nei lavori di questo genere. Per farla semplice: siamo davanti a una raccolta di brani organici, in cui le stratificazioni sonore e compositive si fondono in modo omogeneo e armonioso. Quanto al sound, ci troviamo da qualche parte tra i Deafheaven e gli Alcest, con una batteria groovy, una voce intensa e qualche accenno goticheggiante. Ottime premesse, insomma.
Qualcosa però si inceppa nella seconda metà dell’album, quando “Silver Knife” comincia a perdere slancio. Il dinamismo delle composizioni sembra non arrivare mai veramente al dunque e l’abbondanza idee fatica a tradursi concretamente in varietà. Giunti a “Reticent Paroxysm”, scelta anche come singolo, si ha l’impressione di non essersi molto allontanati dal punto di partenza e di star ascoltando un’altra variante della stessa formula, valida ma a questo punto un po’ appesantita. La produzione sporca e un po’ impaccata, purtroppo, non aiuta e si arriva alla chiusura sulla lunghissima, ambiziosissima, “Triumph of Tragedy” emozionati, ma un po’ affaticati.
L’impressione è che “Silver Knife” sia un album bello come lo sono tanti dischi post o atmospheric black un po’ ricercati, ben confezionati, ma forse privi di quelle finiture che potrebbero fargli fare davvero il salto di qualità. La band di cui porta il nome conferma quindi la propria validità, ma al tempo stesso lascia qualche aspettativa per un eventuale terzo capitolo.
