8.0
- Band: SIN STARLETT
- Durata: 00:48:37
- Disponibile dal: 22/02/2022
- Etichetta:
- Metalizer Records
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Diventare un buon, se non ottimo, gruppo heavy metal, non è detto sia qualcosa di immediato. Né è strettamente legato alla capacità nel delineare in brevissimo periodo un proprio stile e scrivere canzoni che facciano palpitare gli ardenti cuori dei metalhead. Lo sanno bene gli Sin Starlett, compagine svizzera transitata finora fuori dai radar del grande pubblico – nulla di strano, per il metal classico odierno – e approdata al quarto album nel 2022 dopo una gavetta piuttosto lunga. Gavetta costituita di una militanza nella scena che consta già di diciassette primavere, e un trittico di album tanto volonterosi quanto ancora, l’un per l’altro, abbastanza grezzi e non compiutamente sviluppati. Nelle idee come nella veste sonora, oltremodo ruvida e sgraziata, adorabilmente naif sotto taluni aspetti, nel complesso eccessivamente sporca e un po’ amatoriale, non perfettamente concorde con lo stile sonoro adottato. Poteva trattarsi dell’ennesimo caso di band destinata ai circuiti periferici, ai die-hard fan più cocciuti e ‘tifosi’ di un approccio spontaneo e minimale al metal classico: uscite su etichette minori, qualche sparuto festival, un seguito ristretto, tanta simpatia e poco altro. Poi arriva “Solid Source Of Steel” e il giudizio cambia radicalmente, denotando una crescita esponenziale da parte della band.
Fin dalla vistosa e stupenda copertina siamo trasportati in un’epoca – seconda metà anni ’80 – dove l’essere eccessivi, tronfi nelle apparenze e sovraccarichi di metallo nella sostanza, poteva essere considerato un dato determinante per avere successo. La propria adesione al verbo metallico la si poteva misurare in lucentezza e chili di acciaio indossati e raffigurati negli artwork, come i maestri Judas Priest appunto insegnavano. Il gruppo di Rob Halford non è citato a caso ed è l’architrave dell’album, la forza motrice, la stella polare a cui tendere. Non solo, perché a questo giro i Sin Starlett prendono coraggio e si buttano in strutture a volte persino progressive, con una spontaneità tutta loro e un modo di porsi a sonorità variegate e di grana fine simile ai Queensrÿche degli albori. Per intenderci, quelle del primo EP e “The Warning”. Non è finita, perché se la Svizzera confina geograficamente con la Germania lo fa anche dal punto di vista musicale e allora non stupiscono riferimenti al power metal tedesco ottantiano, schietto, vivace e aspramente quadrato. Infine, ecco un’attitudine stradaiola, da sleazy metal irrobustito, permeante gli episodi più ruspanti e rolleggianti. Attitudini che si mescolano e non per forza orientano in maniera netta un singolo brano, perché il gruppo si pone barriere risibili all’interno dell’ecosistema heavy metal, e ha dalla sua un essere ondivago, incostante, che ne identifica chiaramente l’operato. L’incostanza la si nota nell’allungarsi di alcuni segmenti di canzoni secondo tempistiche non propriamente coerenti a quanto si è sentito poco prima, come se si fosse presa una certa piega e non si fosse controllato attentamente dove andasse a parare. Eppure, questo sentore di insensatezza, contestualizzato nel disco nel suo insieme e osservando come suona “Solid Source Of Steel” integralmente, alla fine paga. In una strana maniera, ma paga.
Mentre la titletrack in apertura fissa i punti cardini della proposta in un anthem grondante amore per il metal, “Rule Or Obey” evoca i languidi scenari digitali tratteggiati da Geoff Tate nei suoi primi anni di attività, “Struck Down” mescola struggimenti tra l’acceptiano e il priestiano, “Street Light Domino” corre rombante sulle strade di una New York o Los Angeles negli anni di delirio dell’hair metal. Verso la fine, ecco lo speed metal orecchiabile riecheggiare durante “Blessed By The Shot” e “Waves Of Hamartia”, tanto per sottolineare la veracità della band. Collante di questo campionario metallico la voce nasale, un po’ stridula, sgraziata e metallicissima di Elias Felber, tanto imperfetta e limitata quanto ideale per il contesto sonoro e tematico della sua band. Hanno compiuto passi da gigante anche i chitarristi Reno Meyer e Jack Tytan, eccellenti in particolare nei prolungati solismi e sulle melodie più morbide. Da uno stile un po’ caciarone e da rimettere in riga su molti punti, i cinque svizzeri hanno saputo trarre un album eclettico e personale, difficile da accostare ad altre realtà oggi sul mercato, sia tra quelle più datate che di carta anagrafica più fresca. Una hit dopo l’altra, i Sin Starlett hanno scritto una bella pagina di heavy metal. Bravi.
