6.5
- Band: SINSAENUM
- Durata: 1:06:56
- Disponibile dal: 29/08/2016
- Etichetta:
- earMusic
- Distributore: Edel
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Ci sono due modi per approcciarsi alle cosiddette superband: da una parte si può fare l’errore di aspettarsi un risultato finale che sia la somma delle parti in gioco, finendo per essere nella maggior parte dei casi delusi; oppure ci si può avvicinare a queste opere con un atteggiamento più ludico, un po’ come il fantacalcio, i crossover dei fumetti o quei bellissimi voli pindarici che sanno fare i bambini. “Ehi, papà, facciamo che c’era il bassista dei Dragonforce che a un certo punto si scopriva un fan del death metal e allora chiamava Stéphane Buriez dei Loublast, il bassista dei Seth e pure Joey Jordison alla batteria? E facciamo che a cantare chiamavano non uno, ma due cantanti, Sean Zatorsky dei Dååth e Attila Csihar? E facciamo che assieme registravano un album death metal?” Dai, facciamolo. La band si chiama Sinsaenum e il loro album “Echoes Of The Tortured” è un omaggio al death metal in primis, ma in generale a tutta la scena estrema. Certo, un omaggio tirato a lucido e ben lontano dall’essere minaccioso, ma quantomeno sincero. Iniziamo a fare qualche considerazione, quindi, su questa super band: innanzitutto è indubbio che il disco sia suonato con grande maestria e tecnica e che la produzione renda il tutto ancora più luccicante con dei suoni limpidi e potenti. Inoltre appare evidente come un l’autore principale, Frédéric Leclercq, provenga da un contesto power metal: tutto l’album ha una chiara impronta melodica, con degli episodi quasi dall’appeal commerciale (nei limiti del genere, ovvio), come per esempio la potente “Army Of Chaos”. Stilisticamente, come dicevamo, i Sinsaenum partono dai colossi del death metal, Morbid Angel su tutti, e aggiungono poi varie sfumature, che provengono dalle loro formazioni originali, toccando un po’ tutto lo spettro della musica estrema, dal thrash degli Slayer al black metal. Purtroppo, però, non tutto funziona in questa mastodontica opera: la sensazione, infatti, è che grattando sotto la patina lucida, ci sia più di una mancanza. A conti fatti l’album mostra delle composizioni piuttosto lineari, quasi scolastiche, che non riescono ad andare oltre il Bignami dei generi di appartenenza, oltretutto senza grande coesione: se vi aspettate una deflagrazione nel panorama della musica estrema, insomma, temo che vi troverete invece di fronte ad una brezza delicata o poco più. Anche la scelta di intervallare le canzoni con dei continui intermezzi strumentali finisce solo per allungare il brodo, tranne in poche rare eccezioni (ad esempio la malinconica “Emptiness”). Perfino il valore dei singoli musicisti appare tenuto un po’ in ombra, uno su tutti Attila Csihar, che si limita a qualche intervento di mestiere ma che sembra inserito nella line-up giusto per aggiungere un altro nome di spicco all’elenco. Detto questo, comunque, ci troviamo di fronte ad un prodotto dignitoso, che ci permette di ascoltare musicisti conosciuti in un contesto diverso da quello che li ha resi famosi e potrebbe comunque risultare appagante per gli appassionati del genere.
