SIPARIO POWER METAL ACT – Oblivion – Dark Thorns

Pubblicato il 23/02/2014 da
voto
7.0

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Dietro al lungo monicker di Sipario Power Metal Act (Sipario, per brevità, d’ora in poi) si cela la figura di un ispirato e multitalentuoso artista della Campania, Daniele Tari. Nel caso qui presente di può parlare di un vero e  proprio ‘mastermind’, in quanto il giovane casertano non solo firma il concept, i testi e le musiche del lavoro, ma ne è anche l’unico produttore, oltre che l’esecutore di tutte le parti di piano o tastiera. Insomma, più un vero e proprio progetto personale, che però merita ampiamente un monicker e una configurazione da band vera e propria, giacché poco in questa realizzazione vediamo dell’approccio classico ad un disco solista, strumentale o meno che sia. Il Nostro, dottore, acquerellista e scrittore oltre che appunto musicista, si presenta come una persona dotata di molti talenti e di una fervida capacità immaginifica; caratteristica che, abbinata a una cura del dettaglio e a una certa minuziosità, gli permettono di realizzare un lavoro formalmente impeccabile, certamente inquadrato nel suo genere di riferimento (il power metal sinfonico, ovviamente) e a modo suo concorrenziale con la quantità di proposte similari che troviamo in territorio italico. Nonostante alcune magagne di cui parleremo, ci preme far notare che la chiave di riuscita di questo lavoro è proprio il dettaglio e la cura che l’artista ha messo in ogni aspetto del lavoro; una minuziosità, questa, che gli permette di essere adeguato su molti fronti: dall’aspetto lirico, che ci presenta le vicende narrate da Tari stesso sul libro “Primavera Di Aithea”, a quello visuale del ricco packaging. Seguendo una modalità di narrazione mutuata dalle rock opera modello Avantasia o Epysode, Tari ci presenta una storia dai connotati fantasy nella quale le parti vocali vengono divise per personaggio e associate a cantanti/narratori diversi. In questo caso troviamo nel ruolo di protagoniste due donzelle della Campania Felix, affiancate a una breve serie di personaggi maschili le cui linee vocali vengono interpretate da Tari stesso o dall’attore Scaringi. La storia si dipana tra una serie di brani di media durata, che difficilmente superano i quattro-cinque minuti, inframezzati da interludi per lo più recitati o strumentali che fanno da collante: il risultato è, come si diceva, accostabile un po’ agli Avantasia, con una forma canzone meno definita e senza le sonorità hard rock/AOR presenti nell’opera di Sammet, o ai Rhapsody Of Fire, con un gusto però decisamente meno hollywoodiano e cinematografico. Molti dei brani presenti si appoggiano, prevedibilmente, alle tastiere e orchestrazioni di Tari, lasciando all’intreccio delle voci (ottima, peraltro, quella della Calandro nel brano “Vanishing Praire”) il compito di riempire il resto: alle chitarre, suonate dal comunque bravo Valerio Specchio, rimane un ruolo più di contorno, con un riffing spesso un po’ imprigionato in schemi preconfezionati ed assodati, che tendono a piegarsi ed uscire dal seminato solo nell’interessante “Bones”, che vede una base ritmica più presente fare da ottima base per un cantato che usa anche il growl. Per fortuna questo difetto compositivo che abbiamo riscontrato ai danni di uno strumento importante come la chitarra è veniale e in ultima battuta non limita la bravura ed il gusto del musicista, ben inquadrato anche in fase di assolo. L’altra pecca che identifichiamo è poi dovuta alla scelta dei suoni, la quale rende artefatta e plasticosa la batteria e poco identificabile la chitarra se non in alcuni passaggi, mentre, come si diceva, tastiera e voce godono di suoni e volumi sempre perfetti ed adeguati. L’effetto di questa scelta si scontra con le scelte operate in genere in campo sinfonico, ove si tende a in genere a dare risalto ad una potente struttura d’accompagnamento, ma anche qui non è sufficiente ad abbassare la qualità intrinseca della composizione. Un esempio di quanto appena detto lo troviamo ad esempio nella traccia “Morpheus”, che ricorda i Kamelot e la canzone “Karma”: sulla massiccia base power in doppia cassa, le orchestrazioni e i contrappunti di pianoforte si stagliano un po’ troppo, a differenza dal sound di Palotai, che su “Karma” è presente con meno volume ma una maggiore incisività. Come si diceva, comunque, le scelte sonore non minano l’adeguatezza dell’album e la sua buona ascoltabilità: nonostante non entrerà nell’Olimpo del power sinfonico, “Oblivion – Dark Thorns” è un buon prodotto che come sempre testimonia un buono stato di salute per questo genere nella scena metal tricolore.

TRACKLIST

  1. Intro - The Story Begins
  2. Oblivion
  3. Screaming
  4. Interlude I - The Oath
  5. Shadows
  6. Interlude II - Hiding the Holy Object of the Legends
  7. Vanishing Prairie
  8. Bones
  9. Interlude III - At the Inn
  10. The Lighthouse
  11. Interlude IV - The Hesitation
  12. Morpheus
  13. Gift
  14. Free from Sin
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