SIX FEET UNDER – Undead

Pubblicato il 23/05/2012 da
voto
7.5
  • Band: SIX FEET UNDER
  • Durata: 00:40:18
  • Disponibile dal: 22/05/2012
  • Etichetta: Metal Blade Records
  • Distributore: Audioglobe

Già da “Formaldehyde” e “18 Days”, i pezzi che circolavano in rete prima dell’uscita di “Undead”, si poteva intuire quello che stiamo per dirvi, cioè “finalmente”. Finalmente, dopo anni, esce un disco dei Six Feet Under degno del nome di Chris Barnes (anche se, a onor del vero, “Death Rituals” non fu malaccio). “Undead” è un disco che, in primis, trae giovamento dal recente cambio di formazione della band, aggiungendo novità significative laddove ce ne fosse bisogno e mantenendo le caratteristiche di garbo sviluppate in precedenza: se, quindi, è vero che il groove ancora spicca come tratto distintivo del gruppo, è vero anche che adesso viene direzionato meglio grazie ai riff di Rob Arnold (ex Chimaira), creando un dinamismo che – francamente – era più o meno stato latente nei dischi dei Six Feet Under, particolarmente in quelli degli anni duemila. Anche i principi ritmici seguono questo criterio: pur mantenendo la compattezza del groove si può rilevare una varietà di gran lunga maggiore dovuta a soluzioni assai più articolate, nel buon nome di quel gran batterista che è Kevin Talley (ex Dying Fetus e Misery Index, tra gli altri). Le referenze stilistiche di “Undead” sono le migliori possibili: “The Bleeding”, per quanto riguarda il passato di Chris Barnes nei Cannibal Corpse, e, per quanto riguarda il presente solista del cantante, “Maximum Violence” più “Haunted” (di cui viene ripreso anche il font del titolo, una chicca!). Tutto ciò significa che ascolterete brani strutturati in maniera lineare, con qualche concessione – qua e là – a strutture più elaborate, in grado di creare il giusto diversivo affinché la vostra attenzione non scemi. Ovviamente il “gusto rock” di Chris Barnes aleggia per tutto l’album: evidente negli efficaci ritornelli di tutte le canzoni, sublima in un vero e proprio pezzo death’n’roll come “Reckless”. Ci sembra davvero doveroso, inoltre, menzionare la prova vocale di uno dei più dotati cantanti death metal di sempre: perfetta ed emozionante. E’ noto, infatti, come in alcuni dischi (tipo “Commandment o “13”) fosse parso un po’ “svogliato”, per quanto riconoscibile: ebbene, in “Undead” avviene l’opposto, con un Chris Barnes sopra le righe a fornire una prestazione da manuale sia per coinvolgimento, probabilmente grazie all’atmosfera rivitalizzata dovuta al cambio di formazione, che per espressione tecnica, spaziando tra tutti i suoi registri vocali. Particolarmente buona anche la produzione, in grado di rinfrescare nel giusto modo il sound dei Six Feet Under. In definitiva possiamo dire che “Undead” è veramente un bel disco e, anche se un poco meno pregiato nella seconda metà, risulta capace di mettere insieme brani degni tutti di menzione, ragion per cui riportiamo il seguente track by track.

Frozen At The Moment Of Death:
Primo brano della track list tra quelli noti dalla rete, è anche quello che più vi emozionerà inizialmente, perché era davvero tanto tempo che volevamo sentire la voce di Chris Barnes su una canzone del genere. Su un riff funebre e compatto e un tappeto di doppia cassa, Chris Barnes inveisce alla sua maniera per poi esplodere in un ritornello dove mette in mostra le più basse tonalità che il suo growl può raggiungere.

Formaldehyde:
Altro pezzo già sulla rete, è tra quelli che mostrano in modo più evidente le innovazioni introdotte in “Undead”. Stavolta il riff portante è in pieno stile “The Bleeding” e ben si accosta al cantato strascicato del barbuto zombie alla voce, vagamente più melodico del solito, fino a creare un atmosfera di malinconico massacro. Bella prova di Kevin Talley, brillante per varietà e gusto.

18 Days:
Ultimo pezzo già noto dalla rete, altro bel riff in stile “The Bleeding”. La canzone dà continuazione alle atmosfere della precedente, poggiandosi un poco di più sul groove. Bello il cambio di tempo centrale, accompagnato da un cambio di riff portante decisamente riferibile allo stile del nuovo chitarrista Rob Arnold. Piacevole la prova dell’altro nuovo, Jeff Hughell, al basso.

Molest Dead:
Un riff vagamente industriale fa da cornice ad un pezzo di grande groove, che sfocia in uno dei ritornelli più coinvolgenti del disco, abbellito da una gran prestazione di Chris Barnes. Begli stop nella seconda parte della canzone: in generale possiamo dirvi che difficilmente resisterete allo “scapocciare” sui ritmi quadrati di questa canzone.

Blood On My Hands:
Il latrato di Chris Barnes stavolta si sparge su un riff cimiteriale, per poi far posto ad un pezzo ritmatissimo capace di cambiare, efficacemente, il tempo nei momenti giusti. La parte centrale del pezzo mostra un altro riff che mette in chiara evidenza il marchio di Rob Arnold. Curiosa omonimia di titolo con una canzone dei Morbid Angel.

Missing Victims:
Altro bel riff memore di “The Bleeding” a reggere un brano che pare ibridare quei Cannibal Corpse con i primi Six Feet Under: prevediamo che alcuni di voi potranno goderne molto. Ammirevole per compattezza la prova di tutta la band.

Reckless:
La seconda parte di “Undead” si apre con una sorpresa: un riff à la “Warmachine” dei Kiss, dopo il quale parte il pezzo che meglio, nel disco, illustra il concetto di death’n’roll alla maniera dei Six Feet Under. Per quanto sia una delle canzoni più vicine al loro stile classico, “Reckless” finisce per risultarne uno dei migliori esempi grazie agli arricchimenti nelle di soluzioni ritmiche, ovvero uno degli aspetti più carenti dei vecchi Six Feet Under.

Near Death Experience:
Un pezzo drittissimo, schiacciasassi, che alterna parti più ritmate ad altre sparate (inedite nei presenti termini), sulle quali fa buona impressione sentire la voce di Chris Barnes. Fin qui la composizione più ordinaria, che però riesce a far sentire la personalità del gruppo dal groove.

The Scar:
Forse il pezzo più “debole” di tutto l’album perché vede un po’ ridotta la dose di dinamismo; tale ammanco, tuttavia, viene limato da riff sufficientemente vari, tali da rendere il pezzo comunque godibile.

Delayed Combustion Device:
Quasi a “riscattarsi”, ecco che i Six Feet Under ci fanno ascoltare uno dei pezzi più “fighi” di tutto “Undead”: una breve rullata di batteria introduce una litania di rigurgiti, che presto s’infiamma in una delle parti più sparate del disco, la quale – a sua volta – cede con disinvoltura il passo ad un ritornello “cafonissimo”. A questo punto il meccanismo è chiaro e la band gioca con la struttura di quei ritrovati, finché a metà ascolto ci lascia perfino in balia di un Chris Barnes in sussurri, faccenda di per sé inquietante. Dopo questa parentesi, il pezzo volge alla chiusura secondo il criterio compositivo precedentemente illustrato.

Vampire Apocalypse:
Il titolo si suppone dovuto all’atmosfera da b-movie che abbraccia tutta la canzone, per la quale si può fare un discorso simile a quello fatto per “The Scar”: stavolta, a fare da contrappeso, c’è un ritornello insolito e divertente per un pezzo death metal. Un po’ tirata per le lunghe la chiusura.

The Depths Of Depravity:
Il pezzo di chiusura è l’altro che più si avvicina al classico stile del gruppo, forse meno efficace di “Reckless” ma anch’esso arricchito da nuove soluzioni, come l’accresciuta varietà ritmica ed una delle sezioni più furiose di tutto il disco, incastonata in una struttura robusta da pachiderma. Altra curiosa quasi-omonimia con una canzone di un altro gruppo, i Suffocation,

Nota (molto) marginale: se qualcuno ha ritenuto che la rifondazione dei Deicide abbia prodotto in “The Stench Of Redemption” un ragguardevole risultato, allora non potrà che prendere in considerazione quest’album che, parimenti o più, risulta un’operazione del genere.

TRACKLIST

  1. Frozen At The Moment Of Death
  2. Formaldehyde
  3. 18 Days
  4. Molest Dead
  5. Blood On My Hands
  6. Missing Victims
  7. Reckless
  8. Near Death Experience
  9. The Scar
  10. Delayed Combustion Device
  11. Vampire Apocalypse
  12. The Depths Of Depravity
6 commenti
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