7.5
- Band: SKULLD
- Durata: 00:33:55
- Disponibile dal: 30/01/2026
- Etichetta:
- Time To Kill Records
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A nemmeno due anni dall’album d’esordio “The Portal Is Open” i romagnoli Skulld sono di nuovo qua, a percuoterci, a fomentarci, a dare sfogo al loro brillante ibrido di death/thrash metal di impronta svedese e crust/hardcore.
“Abyss Calls To Abyss” dimostra che il sestetto non era un fuoco di paglia e aveva slancio sufficiente per dare seguito alle trame serrate, ficcanti e mortifere del primo disco: si riparte esattamente da lì, per quella che non è propriamente un’evoluzione, ma un affinamento e un guardare leggermente di lato, miscelando istinto, rabbia, cupezza e un modo personale di essere catchy e coinvolgenti, che fa degli Skulld una creatura ibrida e insolente, poco avvezza a restare attaccata a singoli generi.
Come per “The Portal Is Open”, la scrittura è essenziale e la prestazione deflagrante, mettendo in primo piano la ricerca di un impatto sfrontato, un muro contro muro che faccia subito detonare l’animosità dei circuiti punk più violenti e belligeranti, miscelandoli alla torbida pesantezza del death metal. Una rozza melmosità va allora ad emergere abbastanza in fretta, dando spessore e atmosfera a una proposta che ci mette pochissimo ad entrare in circolo e farsi apprezzare – perché l’urgenza si accompagna alla precisione e ad un songwriting che concatena benissimo assalti tambureggianti, partiture più dense e tese, sprazzi anthemici e groove ignoranti di scuola Entombed.
Una mescolanza che, se potrà da una parte condurre a qualche déjà-vu, dall’altro si rivela terribilmente concreta in ogni singolo istante, liberando una violenza schietta e smodata non così facile da maneggiare, almeno se si vuole mantenere interesse nel lungo periodo.
Fin dalle torbide arie orrorifiche in apertura di “Healing the Wound” il mondo sonoro degli Skulld si disvela in tutta la sua forza espressiva, passando con disinvoltura da assalti dritti e senza appello a momenti più mossi e variegati. A fare da collante rimangono la vocalità crepitante rabbia cieca di Pamela, interprete efficacissima su questi registri, e un riffing tanto spietato quanto sufficientemente fantasioso per non eccedere in ripetizioni e schemi troppo codificati.
“Abyss Calls To Abyss”, come del resto accaduto per il precedente “The Portal Is Open”, non è uno di quegli album che si presta a grandi analisi o riflessioni, quanto ad un ascolto vibrante e coinvolto. È facile cadere nel perverso magnetismo del gruppo, nelle sue mescolanze di partiture note, ma collegate con accattivante efficacia, siano i rallentamenti più neri e maligni, sia le ripartenze più rozze e brutali.
Se i già citati Entombed e i The Crown più scatenati e death metal sono i primi termini di confronto, balzano all’orecchio analogie con una certa ala del metal al femminile più ferino e combattivo, come i Dètente del mitologico “Recognize No Authority” e la vocalità acida della compianta Dawn Crosby. A dare un ulteriore elemento di interesse, nel modo di maneggiare la tetraggine e renderla particolarmente intimorente, gli Skulld paiono guardare alla tradizione italiana per il doom più orrorifico. Ad esempio, in un un brano come “Accabadora” il senso di pericolo, le arie malsane e viziose, sembrano pervenire da qualche arcano mito del nostro folclore, o da qualche datato, dimenticato horror.
In alcune occasioni l’odore di apocalisse si fa tangibile, ed allora possono esserci rimandi all’operato dei Tragedy o dei From Ashes Rise, filtrati comunque da una buona dose di personalità e carattere. Anche quando il sestetto sceglie la strada della rapidità a oltranza, complice l’eccellente lavoro di batteria di Teo, i risultati sono davvero notevoli, con gli stacchi mosh (vedi quelli nel mezzo di “Wear The Night As A Velvet Cloak”, o di “Drops Of Sorrow”) a fare veramente male.
Tiratissimo, nero e morboso in abbondanza, scritto con cura e suonato con schietta e focosa intensità, “Abyss Calls To Abyss” è opera da ascoltare a tutto headbanging per chi ama il metal estremo più diretto e immediato.
