SKYCLAD – Vintage Whine

Pubblicato il 11/04/2020 da
voto
8.5
  • Band: SKYCLAD
  • Durata: 00:43:49
  • Disponibile dal: 15/02/1999
  • Etichetta: Massacre Records
  • Distributore: Self

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Nel 2020 i britannici Skyclad compiono trent’anni di carriera e ci sembrava profondamente ingiusto non aver ancora tributato loro il meritato onore con un album recensito nella rubrica I Bellissimi. Padrini e co-fondatori del folk-metal; antesignani fin troppo all’avanguardia da risultare ormai ‘obsoleti’ quando il genere assurse a livelli di successo mondiale, negli anni 2000 e 2010; arguti e pungenti bacchettatori di clichè sociali, con lyrics spessissimo di eccelsa e superiore intelligenza: la band di Newcastle-upon-Tyne, pur oggi ammansita e diluita nel tempo da uscite discografiche sempre più rade ed estemporanee, è un pilastro della comunità metal tutta, che andrebbe perlomeno riscoperta da chi pensa che Ensiferum, Korpiklaani e Eluveitie (tre gruppi citati nel mucchio) siano il non plus ultra del folclore internazionale.
Il dilemma principale, nel presentare un Bellissimo sugli Skyclad, era scegliere quale album proporre: sono tanti i piccoli capolavori partoriti dalla mente dell’ex vocalist Martin Walkyier e dai suoi più fidi compari, a partire dai primi due dischi, “The Wayward Sons Of Mother Earth” (1991) e “A Burnt Offering For The Bone Idol” (1992), in cui un heavy-power-thrash metal ancora un po’ acerbo e fin troppo complesso si mescola ad un appena accennato folk-metal, elargito soprattutto all’altezza di ballad acustiche e pregne di misticismo pagano e wicca; oppure che dire della tripletta eccezionale, edita tra il 1994 e il 1996, quando ancora la band sparava fuori un disco all’anno, e formata da “Prince Of The Poverty Line”, “The Silent Whales Of Lunar Sea” e “Irrational Anthems”? Ebbene, nel dubbio rimastoci, abbiamo preferito proseguire lungo la storia degli inglesi, superando il difficile periodo in cui gli Skyclad erano in formazione ridotta, senza un batterista fisso, culminato con la pubblicazione dell’ottimo, ma molto melodico e ‘leggerino’, “The Answer Machine?” del 1997.
Si arriva quindi al fatidico inizio del 1999, quando Martin, il bassista Greame English, il chitarrista Steve Ramsey e la violinista/pianista Georgina Biddle si ritrovano finalmente affiancati da un solido drummer, Jay Graham, e soprattutto dalla promozione a seconda chitarra del produttore Kevin Ridley, che poi, nel momento della cruciale dipartita di Walkyier anni dopo, ne prenderà il posto di frontman e paroliere. Nasce così “Vintage Whine”, probabilmente il lavoro più pesante e aggressivo degli Skyclad, quello dove il folk, il thrash, l’heavy classico e il rock sui generis si mescolano meglio, creando un amalgama unico e ancor oggi assolutamente effervescente e tonico. I testi di Martin, per questa occasione ispirati da una poco felice conclusione di una storia d’amore, sono al solito eccezionali, di una ‘pungenza’ e di una verve satirica rara in ambito heavy metal, che lo definiscono come uno dei migliori scrittori di testi mai apparsi sulla scena del nostro genere musicale preferito.
E’ il febbraio del 1999, dunque, quando premendo il tasto ‘play’ di questo CD, al solito coloratissimo in sede di artwork, si ode un’atipica tromba, suonata proprio dalla new entry dietro le pelli Graham, nella brevissima traccia introduttiva “Kiss My Sweet Brass”, che già dal gioco di parole del titolo (con la locuzione ‘kiss my ass’) promette faville. Trenta secondi di solo, e si viene travolti dal riff portante granitico della titletrack, che inaugura questo Pianto d’Annata – altro gioco di parole tra ‘wine’ e ‘whine’, appunto ‘pianto, lamento’ – in modo superbo, brano trascinante e dotato di un chorus dal forte impatto live da spellarsi le mani; la Biddle fa faville con il fiddle, per una serie di giri folkish indimenticabili, a braccetto con le due chitarre e con percussioni mai dome. Inizio epico. Si procede con “On With Their Heads!”, che ha un incipit quasi doom per poi partire subito con il classico incedere uptempo che caratterizza i brani veloci degli Skyclad, fino a raggiungere il secondo highlight di “Vintage Whine”, la potentissima e malinconica (nel testo) “The Silver Cloud’s Dark Lining”, anch’essa baciata da un drumming forsennato, giri rotondi, riff circolari, un paio di assoli pregevoli e un sanissimo gusto per l’headbanging senza sosta. Con la quinta “A Well Beside The River” si entra in territori più massicci e ragionati, tanto da richiamare i Metallica del Black Album, non fosse per il sempre presente fiddle della Biddle ad imperversare ed il marziale declamare di uno Walkyier quantomai efficace; a dividere le due parti di questo lavoro viene chiamata la ballata “No Strings Attached”, che come il titolo indica è eseguita in acustico, un episodio non male ma che è decisamente il più sottotono della tracklist.
La specularità di “Vintage Whine” viene garantita da una seconda parte ‘a specchio’, che decolla a razzo con la acidissima “Bury Me”, altro salto sulla giostra della sarcastica verbosità di Martin (I placed you on the pedestal / you tossed me in the gutter / it seems your lies were like those thighs / spread easier than butter) e del folk-metal roccioso del gruppo. Con “Cancer Of The Heart”, il cui incipit di basso ricorda vagamente “My Friend Of Misery”, ancora dei Metallica, si rallenta di poco per una lunga traccia meno folk e più strutturata, che cresce in epicità ed amarezza di pari passo ad un lavoro ritmico martellante. Tocca poi a “Little Miss Take” e, sebbene con toni più leggeri, si torna allo stesso tiro di “Bury Me”, con un altro gran bel pezzo di folk-metal innervante e gestito alla grande da linee vocali fluide e in rima, il costante apporto del violino e delle sei-corde e una sezione ritmica terremotante. Il finale, affidato alle tristissime e profonde note del pianoforte di Georgina Biddle nella quasi omonima “By George” (è da cogliere il fatto che, dopo una serie di brani non esattamente delicati nei confronti del genere femminile, la conclusione sia un toccante epitaffio composto e suonato dall’unico membro del gentil sesso del gruppo), viene anticipato da un’altra grande canzone di questo platter, “Something To Cling To”, che instilla un po’ di positività nel futuro attraverso un sound anthemico, di nuovo epico e di stampo corale, con grandi vocalizzi enfatici ed un galoppare furibondo e roboante verso lidi di metallica esaltazione.
Riascoltare oggi “Vintage Whine” resta ancora un esercizio del tutto piacevole, l’album è perdurato ottimamente nel tempo e, guarda caso, è invecchiato benissimo, esattamente come il suo titolo suggerisce. E se proprio non avete vino, per celebrare il suo ascolto, che vi bastino le lacrime che avete a disposizione. Anno 1999, a classic year for vintage whine!

 

TRACKLIST

  1. Kiss My Sweet Brass
  2. Vintage Whine
  3. On With Their Heads!
  4. The Silver Cloud's Dark Lining
  5. A Well Beside The River
  6. No Strings Attached
  7. Bury Me
  8. Cancer Of The Heart
  9. Little Miss Take
  10. Something To Cling To
  11. By George
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