8.0
- Band: SKYEYE
- Durata: 00:57:11
- Disponibile dal: 25/06/21
- Etichetta:
- Reaper Entertainment
- Distributore: Audioglobe
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Non è facile riuscire a creare un grande disco di heavy metal classico nel 2021: le coordinate di questo genere, infatti, sono difficili da reinterpretare senza snaturare l’essenza di una tradizione che, per definizione, rimane immutata ed immutabile nel tempo. Una giovane formazione, dunque, trovandosi a giocare nello stesso campionato di formazioni storiche, capaci davvero di cambiare il corso della Storia, ha solo una strada da percorrere per riuscire a colpire nel segno: scrivere una manciata di canzoni capaci di compensare la bassa originalità con l’energia, la forza e l’entusiasmo di ha ancora voglia di spaccare i mondo.
Gli sloveni Skyeye fanno esattamente questo e lo fanno dannatamente bene. Arrivati con “Soldiers Of Light” al secondo album in studio, questi ragazzi prendono in mano la lezione di formazioni come Saxon, Dio, Judas Priest e, soprattutto, Iron Maiden e la plasmano con un rispetto ed una dedizione invidiabili. Non si preoccupano di inventare qualcosa di nuovo, anzi, a voler essere severi in certi frangenti sfiorano addirittura l’imitazione, ma davanti ad una raccolta di canzoni così ben fatte c’è davvero poco di cui lamentarsi. All’interno di “Soldiers Of Light” l’ascoltatore troverà tutto quello che ha amato nei grandi classici degli anni Ottanta, suonato con passione e grinta. Complice la vocalità molto simile a quella di Dickinson e ad un guitar work che ci rimanda alla coppia d’oro Murray/Smith, sono numerosi i passaggi che riportano alla mente la Vergine Di Ferro dei tempi d’oro, come si può ascoltare in un brano come “King Of The Skies”, che ci riporta alla mente la cara vecchia “Aces High”, o nella titletrack. “Constellation”, invece, recupera il Bruce Dickinson solista, quello di “Accident Of Birth”, con una linea melodica efficace e potente, capace di stamparsi subito nella mente dell’ascoltatore. Anche i Judas Priest rappresentano una parte integrante del DNA degli Skyeye, naturalmente, e ci pensa un brano come “Detonate” ad omaggiare la formazione di Rob Halford, con quel riff cattivo e la vocalità di Jan Leščanec che si fa più acuta e tagliente. Non può mancare all’appello anche una ballad, “Eternal Starlight”, dalle reminiscenze arcane e folk che sembrano evocare quelle di “Jerusalem”, meravigliosa composizione poetica di William Blake musicata da Bruce Dickinson nel suo “The Chemical Wedding”. Allo stesso modo la band riesce a cimentarsi con ottimi risultati anche in composizioni più lunghe e complesse, partendo da “Brothers Under The Same Sun”, epica e cadenzata, per arrivare alla conclusiva “Chernobyl”, una suite di quasi quindici minuti che fa tornare preponderante il nome degli Iron Maiden. Questa volta, però, non si tratta dei Maiden delle origini, quanto piuttosto quelli maturi e progressive, quelli di brani come “Sign Of The Cross”, “For The Greater Good Of God” o “The Red And The Black”.
Tutto è convincente in “Soldiers Of Light” e non ci sono cali di qualità per l’intera durata dell’album. La formazione slovena maneggia la materia con grande capacità, sia strumentale che compositiva. Se con il prossimo lavoro gli Skyeye riusciranno a staccarsi maggiormente dalle sonorità immediatamente riconducibili alle proprie influenze, portando a galla la loro identità, sapranno facilmente imporsi come una delle migliori realtà in ambito classic metal sul mercato. Da seguire con attenzione!
