8.0
- Band: SLAGMAUR
- Durata: 00:39:49
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Prophecy Productions
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La scena musicale norvegese della zona di Trondheim è diventata, con gli anni, una delle più prolifiche e rispettate in ambito black metal: dai primi anni Duemila, con realtà quali Manes, Mare, Celestial Bloodshed e Kaosritual, fino ad arrivare a band che oggi si sono guadagnate una grossa visibilità a livello mondiale come Whoredom Rife, Djevel e Vemod.
Negli anfratti del suono nidrosiano (da Nidaros, antico nome della città di Trondheim) troviamo però un progetto sempre rimasto ai margini e che raramente ha varcato i confini della terra natia. Parliamo degli inquietanti Slagmaur, collettivo che mescola musica e arte visiva con un unico fine: disturbare l’ascoltatore.
Chi ha avuto la fortuna di assistere ad alcune loro esibizioni live, veramente estreme — come quella all’Inferno Festival del 2017, dove una persona crocifissa al contrario veniva bruciata e altre due impiccate (tutti membri di un gruppo di stuntman professionisti, giusto per rassicurare gli impressionabili) — ha visto come i membri orchestrassero il tutto indossando maschere surreali, apparentemente uscite da un incubo di Hieronymus Bosch.
Considerata questa tendenza alla teatralità, non sorprende più di tanto che i tre norvegesi abbiano scelto di promuovere il nuovo “Hulders Ritual” con una mossa mediatica che ricalca quanto fatto negli anni Novanta con l’uscita del film “The Blair Witch Project”. Partendo dalla notizia (falsa) della scomparsa del fondatore Rune Røstad insieme allo storico musicista Snorre Ruch (Thorns, Mayhem) nella regione montuosa del Tjønnstua — e che, visti alcuni precedenti famosi come la morte di Valfar dei Windir, poteva risultare pure credibile — il tutto si è evoluto in un gioco di ruolo appoggiato da alcune autorità locali e promosso da un falso sito web di notizie creato ad hoc, nel quale si sono inserite voci di presunta stregoneria in parte legate alla leggenda norvegese del “Bergtatt”, già esplorata dagli Ulver nell’omonimo debutto.
Che lo si voglia chiamare ‘esperimento sociale’, come affermato dalla band stessa, o semplicemente un becero tentativo di pubblicizzare un prodotto, non è questo il focus della discussione odierna, nella quale preferiamo concentrarci sulla musica vera e propria.
Da un punto di vista strettamente sonoro ci troviamo in linea con quanto già sentito in passato: atmosfere corrosive e ai limiti dell’industrial nel clangore acido delle chitarre, e una batteria volutamente per nulla organica né dinamica.
Ciò che invece risulta palese è come gli Slagmaur abbiano quasi completamente abbandonato quell’andamento lento, meccanico e monotono tipico di gruppi come i Godflesh e che alla lunga aveva reso la musica dei norvegesi difficile e ostica da digerire sulla lunga distanza.
In “Hulders Ritual” si torna invece alle radici più ortodosse del genere, con pesanti riferimenti al Burzum del periodo “Hvis Lyset Tar Oss” e “Filosofem” e agli esperimenti dei Thorns: il tutto non è un caso, vista la presenza, appunto, di Snorre Ruch— uno dei fondatori del suono norvegese — in veste di produttore.
Il suono delle sei corde è quanto di più puro si possa immaginare, con un’equalizzazione che esalta quasi esclusivamente le frequenze alte, rendendole taglienti e fredde, e costruendo strati densi di riff circolari e più melodici rispetto al passato ma non per nulla meno aggressivi.
Brani come “Wildkatze” e “Huldergeist” sono quanto di più vicino a ciò che Varg Vikernes abbia scritto nei primi anni di carriera; quest’ultima sguaina addirittura dei blast-beat — caratteristica praticamente assente nelle produzioni precedenti — e vede come ospiti Hoest (Taake), D.G. (Misþyrming) e Maria Charlotte Lund alle voci. Gli arrangiamenti avvicinano il brano a certe intuizioni folk, in linea con il mood generale del disco, con quest’ultima protagonista di incursioni teatrali che recitano la parte dell’entità sinistra alla base del concept stesso.
“Hexen Herjer” rimane sulle stesse coordinate ma risulta più lineare e lenta, con il pianoforte a svolgere un ruolo importante, trasformandola quasi in una cantilena dai toni surreali e particolarmente disturbanti; mentre la pesantissima “Warlok” è puro black metal norvegese di inizio anni Novanta, rappresentando il momento più classicamente nero dell’intero disco.
Il disagio aumenta vertiginosamente con la conclusiva e ferale “Rathkings”, velocissima e devastante, nella quale compare addirittura Silenoz (Dimmu Borgir) dietro al microfono, allineandola in parte a quanto fatto dagli stessi Dimmu Borgir nei primissimi anni di carriera, ma con minore enfasi sulla componente sinfonica, qui quasi totalmente assente se non nelle parti finali, in cui compaiono arrangiamenti orchestrali dai toni teatrali.
Le uniche critiche che si possono potenzialmente muovere a un lavoro come “Hulders Ritual” riguardano un’eccessiva vicinanza ai classici del genere — da leggersi come possibile mancanza di originalità — ma la riuscita dell’album sta proprio nel riportare in vita, con personalità ma senza velleità evolutive, un certo suono nichilista, corrosivo e intransigente, come forse non si sentiva da anni.
Non un tributo, quanto piuttosto la continuazione di una musica che di fatto è rimasta congelata nel tempo, troppo spesso oggetto di tentativi di riesumazione meramente formali, privi di quell’anima primitiva e spontanea nella sua rudimentalità.
Il modo in cui la band è arrivata alla pubblicazione — tra beffe e inganni mediatici, discutibili per alcuni, brillanti per altri — rimane solo un contorno, utile a far parlare chi è più attratto dalla forma che non dalla sostanza.
