8.0
- Band: SLAUGHTER TO PREVAIL
- Durata: 00:45:11
- Disponibile dal: 18/07/2025
- Etichetta:
- Sumerian Records
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Gli Slaughter to Prevail sono sì una band deathcore sulla cresta dell’onda (forse la più popolare del momento, guardando i numeri), ma anche uno sfacciato baraccone di metal estremo, un’attrazione folle e contemporanea che fonde brutalità sonora ed esagerazione di ogni tipo.
Originari di Yekaterinburg, Russia, i mascherati portano da anni in giro un deathcore gonfiato a steroidi e virilità posticcia, con la figura del frontman al centro di ogni attenzione: Alex Terrible infatti non è solo una delle voci più cavernose e animalesche della scena, ma anche uno dei personaggi più controversi in circolazione grazie a video virali, pose da villain sovietico, accuse di machismo tossico e un culto della persona che spesso sfocia nel ridicolo. Uso di armi, wrestling con gli orsi ed incontri (veri) di pugilato a mani nude sono solo alcuni degli highlights di quello che sembra più un content creator che un musicista.
A ciò si aggiungono critiche dirette alla band stessa, colpevole di perpetrare i cliché più abusati del deathcore, tra breakdown costruiti a tavolino e una ripetitività di fondo che, per alcuni, sfiora l’autoparodia. I detrattori li accusano di mancanza di innovazione, superficialità e poserismo seriale. In più le loro performance dal vivo, seppur visivamente potenti, non sempre riescono a replicare la ferocia innegabile degli album in studio, come abbiamo toccato con mano nella prima data italiana di giugno 2024.
Proprio in mezzo a tutto questo rumore mediatico, che come ogni primo della classe Alex dimostra di saper orchestrare a proprio piacimento, arriva il terzo disco in studio “Grizzly”, una raccolta che consolida, raffina e per certi versi giunge anche a redimere gli Slaughter to Prevail. Una giostra adrenalinica in cui nu metal, deathcore, synth e innesti melodici convivono in maniera sorprendentemente efficace, ma anche una dichiarazione di consapevolezza in cui la band sceglie di rilanciare, esasperare e al contempo perfezionare la propria formula vincente.
Il disco si apre con “Banditos” e “Russian Grizzly in America”, due brani che sembrano reclamare e consolidare le coordinate del gruppo: i riferimenti ai nove mascherati dell’Iowa sono evidenti e deliberati, soprattutto nelle strutture, nei sample disturbanti e nei testi provocatori. Come negli Slipknot, anche qui infatti c’è una forte componente teatrale nel modo in cui il caos viene orchestrato: le parentesi atmosferiche non smorzano la violenza, ma la incanalano sapientemente.
Il cuore pulsante del disco arriva con “Imdead”, in collaborazione con il ‘nemico pubblico numero uno’ Ronnie Radke: una traccia brutale, sincopata e al contempo accessibile, dove la band dimostra di saper scrivere canzoni, non solo partiture moshpit da guinness. Radke si muove a suo agio, e l’ibridazione con il suo stile non solo funziona, ma apre scenari interessanti per il futuro degli STP.
Sorprese piacevoli arrivano più avanti con “Babayka” e “Rodina”, brani che rallentano i tempi e aggiungono una dimensione sinfonica ed epica: qui diventa esplicita l’influenza dei Rammstein, tanto nei cori quanto nell’uso della lingua russa come variante stilistica – in “Rodina” è chiaro come Alex replichi fedelmente il timbro di Lindemann, e il crescendo ricalca la costruzione esplosiva di “Sonne”.
Nel frattempo, tracce come “Viking”, “Lift That Shit” e “Conflict” rappresentano l’anima più cruda e marziale della band: sono brani pensati per i fan storici, per le palestre, per i mosh e i circle pit, in un deathcore da manuale, gridato e scolpito nella pietra e senza troppe pretese di innovazione. Vogliamo parlare di “Song 3”, in collaborazione con le Babymetal? Sulla carta sembra uno scherzo, nella realtà funziona: la fusione tra kawaii metal e brutalità russa è talmente assurda da diventare brillante, e conferma l’attitudine degli STP a cavalcare i meme senza perdere di vista la musicalità.
Infine si trova spazio anche per l’anima più melodica e digitale della band, che emerge in “Behelit”, “Kid of Darkness” e la conclusiva “1984”. Qui il deathcore si tinge di sfumature metalcore, con ritornelli più ariosi, riff groovy e una produzione che esalta le dinamiche, dimostrando la tendenza generale a diversificare il linguaggio per sfuggire a costrizioni di genere.
“Grizzly” è il disco che serviva agli Slaughter to Prevail per dimostrare di essere qualcosa di più di una caricatura, è un lavoro che abbraccia i propri eccessi e li incanala in una struttura più variegata, ambiziosa e a tratti molto ispirata. Resta un album violento, plateale, svergognatamente pacchiano, ma tutto ciò è da sempre parte integrante dell’identità del gruppo, inutile stupirsene.
Gli haters continueranno a storcere il naso, e per certi versi ne hanno ancora tutto il motivo. Chi invece si allinea all’umorismo e alla baldanza della band e sempre intravisto del potenziale nel circo russo più brutale del deathcore moderno, con “Grizzly” troverà modo di divertirsi a lungo.
