SLEEPYTIME GORILLA MUSEUM – Of Natural History

Pubblicato il 21/03/2019 da
voto
9.5

Gli Sleepytime Gorilla Museum si formano nel 1999 in California ed esordiscono nel 2001 con il bellissimo “Grand Opening And Closing”, un disco nel quale si mettono in evidenza come una band sperimentale ed imprevedibile, in grado di fondere e miscelare stili diversi. Il successivo “Of Natural History”, pubblicato nel 2004, amplifica all’ennesima potenza quanto si era potuto ascoltare nell’album di debutto. Gli Sleepytime Gorilla Museum presentano in effetti diverse particolarità che li rendono una formazione certamente difficile da etichettare: il loro stile accoglie le più disparate influenze, che sono però rielaborate in qualcosa di assolutamente nuovo ed affascinante; si spazia così tra prog, art rock, metal, post-metal, avantgarde, industrial e tanto altro con una versatilità ed una fluidità quasi incredibili. Molto varie anche le parti cantate, tra voci maschili e femminili utilizzate su diversi registri, sia in chiaro che con cantato estremo, oltre a seconde voci e cori talvolta persino bizzarri. Un’altra caratteristica del gruppo americano è data dal fatto che i musicisti utilizzano una miriade di strumenti, sia i canonici chitarra, batteria, basso, sia violino, flauto, organo, percussioni, trombone; ma viene fatto anche ampio utilizzo di strumenti più particolari come autoharp, liuto, glockenspiel, xilofono e tanti altri improvvisati, quali pezzi di legno o di metallo o altri inventati praticamente di membri stessi del gruppo. C’è dunque una grande ricercatezza dei suoni, che vengono tutti materialmente creati e ricavati dai musicisti, senza far ricorso a sintetizzatori o a sample: tutto ciò rende i loro brani ricchi di sonorità particolari, in grado di evocare luoghi lontani nello spazio e nel tempo oppure di risvegliare sensazioni sepolte in qualche meandro della memoria. Ecco perchè, per quanto le canzoni siano spesso caratterizzate da ritmi sincopati, tempi dalla complessa periodicità o inserti sonori imprevedibili, tutto appare come verosimile, reale, in grado di trasmettere emozioni con una forza vibrante e quasi inaspettata. Inoltre, tutte le tracce sono tra loro collegate senza soluzione di continuità e questo contribuisce ulteriormente ad amalgamare le diverse esperienze e stili che popolano i solchi di questo full-length.
La tracklist si apre con “A Hymn To The Morning Star”, un brano che parte subito con strani effetti sonori, resi principalmente con l’organo e vocalizzi inquietanti, che stranamente lasciano poi spazio a voci molto calde, quasi da canone natalizio, per poi passare ad una sorta di coro in falsetto, concludendo con la ripresa degli effetti sonori iniziali. Si cambia decisamente registro con “The Donkey-Headed Adversary Of Humanity Opens The Discussion”, una traccia dal titolo bizzarro che rappresenta l’emblema di tutta la folle genialità che caratterizza gli Sleepytime Gorilla Museum: qui ci sono davvero tutti gli elementi che abbiamo descritto in apertura, racchiusi in un pezzo praticamente impossibile da descrivere, ma per il quale ci siamo più volte chiesti persino come si possa anche solo concepire qualcosa del genere. Molto bello anche “Phthisis”, il quale, dopo un avvio con basso e flauto, lascia spazio ad una voce femminile (quella di Carla Kihstedt) ben presto circondata da un marasma sonoro di grande impatto. Il rumore di una folla introduce invece “Bring Back The Apocalypse”, altro brano di autentica genialità, che dopo un avvio quasi immobile e ripetitivo, improvvisamente si articola in un continuo susseguirsi di cambi tematici e di tempo, tra ritmi assurdi e innumerevoli timbri. “FC: The Freedom Club” è una traccia piuttosto lunga, che si sviluppa con calma e quasi con lentezza: si parte con il ronzio di una mosca, su cui s’inseriscono prima basso e xilofono e poi voci calde sia maschili che femminili; poi inizia un intermezzo in crescendo che diventa più aggressivo, andando a riprendere in chiusura la parte iniziale, che trasmette nuovamente quel senso di tranquillità e pacatezza. Il soave canto di uccelli e di cicale rimanda alla successiva “Gunday’s Child”, introdotta da un delicato arpeggio: fermo restando che i ritmi sono sempre complessi e c’è un grande utilizzo di strumenti, tutto sommato stavolta la struttura del brano è più lineare, nel senso che la sequenza fra le varie parti viene ripetuta un paio di volte e fondamentalmente appare incentrata sulla voce femminile, qui ricordanteci un po’ lo stile di Bjork). “17-Year Cicada” è una traccia interamente strumentale, costruita su un ritmo ossessivo e quasi tribale, nella quale si assiste ancora una volta a una grande sperimentazione sonora. Si torna decisamente a sonorità più dure con “Creature”, benchè in realtà ben presto subentri una parte recitata, che si alterna con un cantato maschile in chiaro: qui, sempre ovviamente calate in un contesto che è tipicamente SGM, si possono ravvisare anche influenze mutuate da Genesis e Pink Floyd. Forse un po’ meno incisivo, a parte il suggestivo titolo, è “What Shall We Do Without Us”, una breve traccia incentrata ancora una volta attorno ad ritmo ossessivo e con un intermezzo che cresce per poi riportare al tema iniziale. “Babydoctor” è invece la canzone più lunga del disco, si attesta intorno ai quattordici minuti ed ovviamente si può immaginare come la band non perda occasione per creare un brano cangiante e dalle atmosfere mutevoli, stavolta intriso peraltro di un mood alquanto malinconico. Più semplice ma comunque alquanto suggestivo (ci verrebbe da dire persino melodrammatico!) è “Cockroach”, che di fatto chiude la tracklist, per quanto in realtà vi sia anche una traccia nascosta, riportante semplicemente una serie di versi di animali e dialoghi.
“Of Natural History” è dunque un disco molto particolare, un’autentica opera d’arte, che brilla di luce propria e che è in grado di dispiegare la sua bellezza al di fuori di qualsiasi schema precostituito. Ciò magari non comporta necessariamente il conseguimento di un grande successo, specialmente in un panorama musicale non sempre votato verso questa direzione, però sicuramente non delude chi ha la pazienza e la curiosità di accostarsi alla musica di questa straordinaria band.

TRACKLIST

  1. A Hymn To The Morning Star
  2. The Donkey-Headed Adversary Of Humanity Opens The Discussion
  3. Phthisis
  4. Bring Back The Apocalypse
  5. FC: The Freedom Club
  6. Gunday's Child
  7. The 17-Year Cicada
  8. The Creature
  9. What Shall We Do Without Us?
  10. Babydoctor
  11. Cockroach
  12. (Hidden Track)
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