6.5
- Band: SMASH INTO PIECES
- Durata: 00:44:28
- Disponibile dal: 31/10/2025
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Ci sono gruppi capaci di bucare lo schermo anche senza particolari orpelli scenografici ed in grado di restare rilevanti anche con uscite discografiche molto dilatate nel tempo; viceversa, c’è chi punta forte sull’immagine per costruire la propria identità e punta a mantenere costantemente aggiornato il proprio feed sulle piattaforme di streaming con nuova musica.
Gli Smash Into Pieces, come si sarà intuito, fanno parte di questa seconda tipologia di band, ma non lo sottolineiamo in senso denigratorio; è anzi apprezzabile come gli svedesi siano riusciti a mantenere una qualità media discreta a fronte di una prolificità sopra la media (con quest’ultimo, siamo a nove dischi in dodici anni), tuttavia l’impressione è che tutto questo sforzo non si sia tradotto in un successo commisurato alle aspettative, restando confinati a locali medio-piccoli e bill perlopiù mattinieri nei festival più grandi (dove comunque già la sola presenza è un risultato di tutto rispetto).
Sarà “Armaheaven”, nuovo lungimirante concept dispotico, a cambiare le carte in tavola? Verosimilmente no, dato che la band di Örebro conferma anche in quest’occasione le proprie qualità nell’unire alternative, hard rock ed elettronica in quello che potremmo definire come modern pop metal, confermando pregi e difetti del passato.
Nello specifico pezzi anthemici come “Villain” (con un coro di “Oh-oh-oh” in loop in sottofondo perfetto per la resa del vivo) o “Hurricane”, con delle inedite harsh vocals, sono pronti per scalare le classifiche delle Alternative Airplay tra i vari Pop Evil e Bad Wolves, mentre “Broken Halo” o “Maze Of Fools” puntano tutto sull’elettronica, aspirando a giocare nella lega capitanata da Bring Me The Horizon e Bad Omens.
Per movimentare un po’ l’algoritmo c’è anche spazio per qualche collaborazione: se Elize Ryd aggiunge un tocco di Amaranthe a “Paradise”, allo stesso modo la presenza della popstar Liamoo (vincitore di una sorta di “X Factor” svedese) garantisce punti visibilità in madrepatria, dove godono già di un discreto successo come testimoniato dai buoni risultati ottenuti al Melodifestivalen (l’equivalente del nostro Sanremo) e dalla diretta TV per il lancio di “First Time” con LiLiCo (attrice, cantante e wrestler nipponico-svedese) .
Il resto, dalla popeggiante “Wildfire” alla cattiveria posticcia di “Devil In My Head” passando per l’incolore ballad “A Sky Full Of Stars” (solo omonima dei Coldplay), scivola via in modo piacevole ma innocuo come la musica degli ascensori, in una tracklist ipertrofica che cerca di mettere insieme tutto, dagli Starset ai Nickelback, sullo sfondo del solito concept incentrato sui rischi derivanti dall’Intelligenza Artificiale (benvenuta, per inciso, se fosse in grado di ridurre il minutaggio con una migliore selezione dei brani).
Gli highlight non mancano, soprattutto nel primo terzo dell’album, ma la scelta di privilegiare la quantità alla qualità, se pur premiante nel digitale per la legge dei grandi numeri, non paga dal punto di vista discografico, perlomeno se la volontà è quella di giocarsela sul piano internazionale con i grandi nomi del genere.
