SNOT – Get Some

Pubblicato il 11/12/2019 da
voto
8.0
  • Band: SNOT
  • Durata: 00:48:25
  • Disponibile dal: 27/05/1997
  • Etichetta: Geffen Records
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Nel 1994 il ciclone Korn ha cambiato l’industria musicale, facendo partire il movimento più odiato ed influente della storia recente della musica heavy. Correndo velocemente verso il suo picco artistico, il genere nu metal ha creato un flusso torrenziale di band più o meno aderenti ai suoi stilemi e in diversa misura rilevanti ed influenti, nel cui corposo elenco, come gemma, viene costantemente citato il nome Snot.
Il quintetto formato nel 1995 a Santa Barbara, California, ha pubblicato nel 1997 l’unico album in studio, “Get Some”, sotto la prestigiosa etichetta Geffen. Dopo aver suonato più volte coi nomi più caldi della West Coast, gli Snot si fanno notare sul secondo palco dell’Ozzfest – durante il quale il frontman Lynn Strait viene arrestato per aver ‘invaso’ l’esibizione dei Limp Bizkit, nudo e tentando di scalare l’enorme cesso che arredava lo stage – contagiando gli addetti ai lavori e attirando le simpatie di tutta la scena. Pochi mesi dopo, l’11 dicembre 1998, un incidente automobilistico si porta via proprio Lynn assieme al suo boxer Dobbs, protagonista della copertina di questo Bellissimo, mettendo una prematura fine alla promettente carriera di un gruppo dal potenziale elevatissimo, che possiamo intuire nel debutto e misurare sia dalla connessione che riuscirono brevemente a realizzare con nomi oggi famigerati, sia dalle realtà maiuscole che i singoli elementi sopravvissuti contribuiranno a far brillare.
Cominciamo a chiarire che l’etichetta nu metal, agli Snot, va fondamentalmente stretta: pur parlando a quella generazione senza voce che non calzava nelle sottoculture metal, hardcore ed hip hop, “Get Some” non suona in alcun modo come Korn, Deftones o Coal Chamber, rifiutando la seminale e rivoluzionaria sette corde con accordatura ribassata (forse il lascito più grande dell’intero movimento) e le viscerali e traumatiche confessioni dei tormentati eroi in tuta Adidas. Mostrando sin dai primi secondi una marcata strafottenza punk, la band si definisce tramite una miscela molto personale di hardcore californiano, musica alternative anni ’90, metal e funk. Con un suono spesso veloce e corposo e un groove figlio di un uso sfacciato del wah, il quintetto mostra una dimensione strettamente ‘live in studio’ con settaggi realistici e senza alcuna sovraincisione, dove le chitarre lasciano parecchi spazi a una delle rare sezioni ritmiche capaci di giocarsela col funk di Rage Against The Machine, Korn, Infectious Grooves, Beastie Boys e primi Red Hot Chili Peppers. Lynn Strait cavalca agilmente il contesto in maniera animalesca ed istintiva con un flow irregolare ed originale, che ricorda una versione bastarda ed alcolica di Serj Tankian, priva delle velleità artistiche ma che allo stesso modo cambia repentinamente velocità e mood, passando dal sussurro all’aggressività, dalle urla al canto. Nel suo DNA c’è anche Mike Muir, ma nella diversità delle quindici tracce dimostra ampiamente di essere un artista a sé stante, personale e magnetico. Le prime tre tracce sono memorabili: “Snot” è di un’urgenza contagiosa e liberatoria, “Stoopid” un manifesto di stile e “Joy Ride” una corsa pazza che finisce in uno schianto (tragico presagio?). “The Box” fa emergere il potenziale commerciale delle melodie del gruppo, spesso in linea con l’alt rock da MTV ma codificato in maniera bizzarra. Arriva poi la divertentissima “Snooze Button”, altro episodio incredibile tra gli highlight della raccolta. Qualche traccia funk strumentale allunga senza dubbio il brodo, ma arrivare in fondo vale assolutamente la pena: “Deadfall” anticipa in qualche modo il southern metalcore degli Everytime I Die; “Unplugged” si scaglia contro l’industria musicale; e “Tecato” regala alcuni dei momenti più pesanti e divertenti del disco. La volgare “My Balls” e la sciocca “Mr. Brett” sono la dimostrazione che siamo davanti ad un disco lontano dalla perfezione, per certi versi acerbo e leggermente prolisso, ma essere grezzo e immaturo è parte del fascino di “Get Some”, promessa che non può essere esaudita e potenziale inespresso, ma confermato dal successo di Amen, Soulfly, Sevendust e, più alla lontana, in qualche modo, Limp Bizkit e Bad Religion. Ad ulteriore conferma e a certificazione dello status di culto, arriverà nel 2000 il tributo “Strait Up”, con una squadra di All Star del nu metal e del rock alternativo al microfono, per una pubblicazione a metà tra secondo album e tributo che consacra gli Snot grazie al rispetto delle megastar oggi ancora rilevanti.

“Say something for the record, tell the people what you feel”.
“Fuck the record, and fuck the people!”.

TRACKLIST

  1. Snot
  2. Stoopid
  3. Joy Ride
  4. The Box
  5. Snooze Button
  6. 313
  7. Get Some
  8. Deadfall
  9. I Jus' Lie
  10. Get Some O' Deez
  11. Unplugged
  12. Tecato
  13. Mr. Brett (feat. Theo Kogan)
  14. Get Some Keez
  15. My Balls
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