SOILWORK – A Predator’s Portrait

Pubblicato il 21/02/2019 da
voto
9.0
  • Band: SOILWORK
  • Durata: 00:45:43
  • Disponibile dal: 19/02/2001
  • Etichetta: Nuclear Blast
  • Distributore: Audioglobe

Siamo agli albori del nuovo millennio, ad inizio 2001, quando il genere melodic death metal vede aggiungersi, tra i capolavori appartenenti al suo armamentario da battaglia, il terzo full-length degli svedesi Soilwork, “A Predator’s Portrait”. La prima ondata di band dedite alla versione più orecchiabile del Metallo della Morte scandinavo è già in pista da diversi anni, con At The Gates, In Flames, Eucharist, Dark Tranquillity, Hypocrisy, Miscreant tutti già usciti con i loro rispettivi dischi-monstre anni prima; il genere, comunque, è vivo quanto mai e florilegi di formazioni impegnate nelle loro più o meno personali riletture emergono praticamente ogni mese. I Soilwork, assieme ai ‘cugini’ Darkane del fulminante esordio “Rusted Angel”, sono reduci da un’opera altamente ispirata, seppur debitrice assai dei succitati At The Gates e del loro “Slaughter Of The Soul”, quel “The Chainheart Machine” che solo pochi mesi prima ha elevato a potenza le strutture più thrash-oriented contenute nel debutto “Steelbath Suicide”.
L’evoluzione della band di Peter Wichers e Bjorn ‘Speed’ Strid è però lungi dal fermarsi e si anima rapidissima in corrispondenza del prestigioso passaggio d’etichetta tra la talent-scout francese Listenable ed il colosso tedesco Nuclear Blast. Tutto esplode in maniera prepotente, a partire dalla produzione devastante made in Fredman Studios/Fredrik Nordstrom, a nostra memoria una delle migliori e maggiormente bombastiche mai uscite dai prestigiosi studi di Goteborg. E poi lo stile dei Nostri, che con “A Predator’s Portrait” si definisce in modo chiaro e tuttora attuale, con caratteristiche peculiari, proprie ed originali che marchieranno a fuoco tutta la carriera della band. Alla furia del thrash-death metal abrasivo e cannonante viene aggiunta una decisa propulsione rockeggiante solamente accennata in passato – ad esempio in “Machinegun Majesty”, presente nel lavoro precedente; la qualità degli assoli di Wichers deborda in quantità e gusto, così come le ottime tastiere del mai troppo rimpianto Carlos Del Olmo Holmberg, in grado di dare la giusta inclinazione atmosferica a tutti i brani senza mai esagerare in abbondanza, opulenza o pacchianeria; il riffing generale viene reso più moderno, inserendo diverse ritmiche più groovy e spezzate, senza per questo perdere un’oncia d’aggressività e assalto all’arma bianca; la voce di ‘Speed’ Strid, infine, viene qui sfruttata per la prima volta in tutta la sua nascosta potenzialità, inserendo quegli ormai canonici ritornelli puliti che, album dopo album, diverranno croce e delizia per appassionati e detrattori dei Soilwork.
In “A Predator’s Portrait”, quindi, considerato da molti un disco di transizione verso il successivo sviluppo ancor più orecchiabile e commerciale di dischi quali “Natural Born Chaos” e soprattutto il criticatissimo “Figure Number Five”, possiamo trovare in realtà lo sviluppo finito, la giovane farfalla appena uscita dal bozzolo, della musica del sestetto scandinavo, baciato oltretutto da sei enormi prestazioni individuali, con anche il batterista Henry Ranta ed il secondo chitarrista Ola Frenning decisamente sugli scudi. L’album decolla immediatamente con un brano che non si discosta molto dal materiale di “The Chainheart Machine”, avendone pure un titolo assonante: “Bastard Chain” resta tuttoggi fra gli highlight della band, una rasoiata velocissima e velenosa, con un chorus (non pulito) che apre in due la carotide, tutto da urlare a squarciagola. Nordstrom ha creato un sound magniloquente, dove tutti i dettagli e gli arrangiamenti preparati da Wichers & Co. si odono a meraviglia. Di seguito arriva “Like The Average Stalker”, fino a quel momento certamente la canzone più complessa e ostica proposta dai Soilwork, in cui groove, tastiere e riff melodici fanno il girotondo attorno alle corde vocali di uno Strid sempre sopra le righe; non particolarmente immediato, tale episodio si dispiega fra le sinapsi solo dopo diversi ascolti, diventando infine appagante. “Needlefeast” è da considerare la nuova “Millionflame”, dotata di un prepotente afflato melodico e dal tiro iper-vitaminico, fino alla repentina esplosione del primo chorus pulito della carriera della band, semplicemente magnifico e possente, una piacevolissima new entry.
A questo punto ci si chiede se questo ritornello sia una tantum oppure una scelta ponderata per bene dal gruppo (e dalla casa discografica?), e la risposta non tarda ad arrivare con le seguenti tracce centrali: “Neurotica Rampage”, “The Analyst”, l’immensa “Grand Failure Anthem” – indimenticabili sia lo stacco centrale con un hook melodico da capogiro, sia le melodie concepite dalle keyboards di Del Olmo Holmberg – e “Structure Divine” presentano tutte le clean vocals di Bjorn, elevatosi ad elemento destabilizzitore della ‘svolta orecchiabile’ dei Soilwork, per il resto ancorati ad un solidissimo e trascinante miscuglio di thrash-death metal e hard rock energizzato. Con “Shadowchild”, brano che nel retro di copertina viene curiosamente bollato come ‘recycled’ e che arriva dalle session di registrazione del lavoro precedente, facciamo un ulteriore passo verso l’armonia e la pacatezza, sempre grazie alla malinconia di un ritornello superlativo e decadente che addolcisce un brano fra i più dotati della tracklist, almeno dal punto di vista delle scelte melodiche. Si è già scritto più volte delle derive hard rock che presenta “A Predator’s Portrait” ed il riff portante di “Final Fatal Force”, talmente stomp che più stomp di così non si può, giunge a dimostrarne tangibilmente la verità, altro punto forte del lavoro in questione, canzone da headbanging letteralmente spezzacollo e che non ha al suo interno la novità del chorus in clean vocals. Chiude i giochi la leggermente più ragionata title-track, aperta su tempi medi ma poi spezzata subito da un breaking riff assolutamente assassino, che prelude ad un altro ottimo ritornello in voce pulita, cantato in collaborazione con un tale di nome Mikael Akerfeldt, in quegli stessi giorni impegnato ai Fredman Studios con gli Opeth per le registrazioni di un dischetto che di lì a pochissimo uscirà a nome “Blackwater Park”…
Sicuramente tutto ciò che i Soilwork hanno scritto e sono diventati dopo la release di “A Predator’s Portrait” è strettamente connesso alla composizione di questo lavoro e alle scelte stilistiche adottate con esso. Per questo, per la ancora attuale freschezza e per la sua altissima qualità artistica, riteniamo tale disco il vero masterpiece dei ragazzi di Helsingborg, allora in formazione stellare e con un Wichers quanto mai ispirato. Un disco mai domo, mai stancante, che ha vinto a mani basse la prova contro il tempo.

TRACKLIST

  1. Bastard Chain
  2. Like The Average Stalker
  3. Needlefeast
  4. Neurotica Rampage
  5. The Analyst
  6. Grand Failure Anthem
  7. Structure Divine
  8. Shadowchild
  9. Final Fatal Force
  10. A Predator's Portrait
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