7.5
- Band: SOLARIS
- Durata: 00:34:30
- Disponibile dal: 19/06/2020
- Etichetta:
- Bronson Recordings
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Una ventata di aria fresca nel panorama italofono dell’underground hardcore/post-metal: ecco quello che rappresenta “Un Paese di Musichette Mentre Fuori c’è la Morte” dei Solaris.
Trentacinque minuti secchi ed incisivi come un gancio del miglior mancino, ma con il cuore di un Rocky, che seguono il di poco più breve EP del 2017 “L’orizzonte degli Eventi”. Un po’ Helmet, certo, un po’ Unsane, un po’ (molto) Failure, sicuramente: le sonorità sono certamente sentite e risentite ma combinate nel nostro panorama espressivo sono spesso risultate fuorvianti o comunque difficilmente combinabili. Il quartetto di Cesena, invece, visto in giro spesso con le realtà post-metal più affermate delle nostre parti, insiste proprio su quelle tonalità Nineties e un tocco vocale in italiano in grado di richiamare una produzione più indie contemporanea nel nostro paese, shakerata naturalmente con un po’ di post-rock arpeggiato, che ormai sembra non guastare mai e infine gestita in modo tale che sia perfino (già) anche d’appeal.
Se infatti “Podio” entra a muso duro, è già con “Ezikmndrek” che le tonalità si appacificano verso lidi Afterhours più seminali, pur non arrivando mai ad un aspetto radiofonico che potrebbe – ad alcuni – sembrare irritante. Siamo sempre in territorio underground, non ci si dimentichi! E perfettamente funzionante. La doppietta “Oro” e “Voce” rappresentano invece quello che probabilmente è il risultato migliore in termini di efficacia e impatto immediato. La prima di queste due, però, oltre a questa facciata d’appeal, nasconde non certamente una facilità o una sorta di ruffianeria (che potrebbero sempre esserci dietro l’angolo) ma proprio l’opposto: una capacità e un gusto, dunque, che in un debut album come questo è certamente qualcosa di apprezzabile. La personalità dei romagnoli è infatti la chiave di volta per poter apprezzare del tutto questo primo tassello discografico underground che si toglie la plastica delle uscite di genere ma si rifugia in una volontà di fare musica davvero.
Le tonalità sono derivative, lo spirito quello vero. E se l’intellettualismo di certi riferimenti tarkovskjiani, la citazione borisiana o alcune liriche scuola Massimo Volume (e quindi poi Storm O) risulta emblematico per il progetto, non si dimentichi certo che le idee di questi ragazzi dimostrano che questo – e tutto il resto – vale davvero la pena.
