SOLEFALD – Norrøn Livskunst

Pubblicato il 08/12/2010 da
voto
9.0
  • Band: SOLEFALD
  • Durata: 00:54:22
  • Disponibile dal: 15/11/2010
  • Etichetta:
  • Indie Recordings
  • Distributore: Audioglobe

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Cornelius Jakhelln, Lars Are Nedland: i Solefald sono tornati! Sono passati quattro anni dal secondo capitolo di ‘An Icelandic Odyssey’, quel “Black For Death” che già era stato Top Album su questo portale. E’ vero, chi scrive è un grandissimo fan del combo in questione, sappiatelo man mano che andrete avanti a leggere la recensione. Ma di nessun favoritismo – se non forse un mezzo voto in più – hanno certo bisogno i due artisti norvegesi, di fronte al rispetto quasi mistico e all’ammirazione sempiterna che un lavoro intenso, drammatico ed emozionale quale questo nuovo “Norron Livskunst” sa infondere e trasmettere. I Solefald – come loro stessi dicono – stanno tornando a casa, dopo aver girato l’Europa (Cornelius ha vissuto negli anni in varie parti del continente, compresa l’Italia) e aver sdoganato l’avant-black corrompendolo oltre ogni limite con la pietra miliare “Neonism” e con il maximo capolavoro “In Harmonia Universali”. Già i due dischi precedenti ci raccontavano di saghe nordiche, di Edda e di Dei pagani; ora i due norvegesi si cimentano in un back to the roots anche linguistico, oltre che concettuale, proponendo testi in hognorsk, un norvegese arcaico e ricercato, e collegando le proprie gesta con quelle dei pionieri della Norvegia attuale, scrittori, pittori, compositori o esploratori che fossero, tutti atti a ribadire, durante il primo Novecento, la glaciale tradizione di una terra più che fiera della propria storia. Ma la musica… Non temete, non si tratta di Solefald meets raw black metal così come sembrerebbe con le premesse fatte. “Norron Livskunst” (‘l’arte del vivere norreno’) racchiude in sé tutte le peculiarità che nel tempo ci hanno portato a concepire Cornelius e Lazare come Genio Puro: il black metal lancinante e furioso, quasi vulcanico, è sì presente; ma altrettanto presenti sono le epiche e struggenti linee vocali che ormai da circa quindici anni sono il trade-mark principale della band: Lazare è letteralmente strepitoso nelle sue parti pulite, a tratti sembra di ascoltare una voce femminile che non è, tale è la dolcezza e la poesia che le sue melodie contengono; Cornelius, dal canto suo, raramente è stato così malvagio e sinistro nel suo rauco blaterare. Ma quello che più stupisce – e che ancora, soprattutto, riesce a stupire – è la profondità del songwriting del duo, formato da strati e strati di arrangiamenti che dopo svariati ascolti sono ancora in buona parte da scoprire. Non vogliamo citarvi tracce particolari, perché per questa occasione abbiamo scelto di integrare alla recensione un breve track-by-track che trovate subito qui sotto. L’album, per quanto ci riguarda, non ha difetti e a ben vedere contiene un solo brano leggermente al di sotto delle aspettative, il conclusivo “Til Heimen Yvar Havet”. Sassofoni, elettronica, voci femminili, orchestrazioni, pianoforte, magica atmosfera e classe immensa: sono solo alcuni degli elementi che definiscono “Norron Livskunst”, ulteriore gemma incastonata in una corona d’umile ma colto splendore. Disco dell’anno.

Song Til Stormen
Brano incredibilmente evocativo che apre il lavoro, “Song Til Stormen” è in pratica un continuo alternarsi di sezioni epiche ed ondeggianti a parti acustiche e pacate, in cui arpeggi, pianoforte e i soffusi gorgheggi di Benedicte Maurseth accompagnano i superlativi incroci vocali tra Cornelius e Lazare. Commoventi e malinconiche, le melodie di questo pezzo faranno ricordare ai più sensibili di voi immagini perdute.

Norrøn Livskunst
La title-track del lavoro è un pezzo piuttosto classico per i Solefald, assalto black metal melodico-sinfonico con voci cangianti e multiformi. L’atmosfera è epica, sinistra e terremotante, per una cavalcata che ci fa entrare nel pieno del disco!

Tittentattenteksti
Ecco la prima botta di follia dell’album: chi scrive adora considerare questo pezzo una presa in giro ai Van Canto, tenuto conto che le lyrics di “Tittentattenteksti” sono scritte in un inglese-scritto-come-si-pronuncia e vengono cantate da Cornelius, Lazare e dall’ospite femminile Agnete Kjolsrud a metà strada tra flow hip-hop e i ridicoli versi a cappella che propone la band tedesca. Fluido riffing black metal e una generale schizofrenia contornano questo episodio veramente assurdo.

Blackabilly / Stridsljod
A seguire, ecco la seconda traccia di “Norron Livskunst” che rasenta tratti psicotici: il titolo dice già tutto, in quanto il black metal e un particolarissimo rockabilly folkeggiante si fondono in questa sede in un combo di fulgida ispirazione. Se non conoscete per niente i Solefald, cominciate pure da questo brano, vi chiarirà subito le idee!

Eukalyptustreet
Eccoci al capolavoro supremo del disco: “Eukalyptustreet” dura nove minuti e mezzo, brano che nella sua prima parte presenta arrangiamenti sopraffini alle voci – non ci sono female vocals, anche se sembra impossibile – alle keys, al pianoforte e alla sezione ritmica, ma che soprattutto vede protagonista il sassofono di Kjetil Selvik, per quello che probabilmente è il pezzo più di classe mai scritto dai Solefald. Le melodie vocali fanno ancora commuovere e, sebbene la seconda parte cresca in magniloquenza ed epicità, l’accoppiata sassofono-vocals in questo episodio è decisamente il momento più alto di tutto il platter.

Raudedauden
“Raudedauden” – che non è l’alter-ego norvegese della Bomba di Maradona – è la traccia più breve e diretta del lavoro, capace di condensare in poco tempo aggressività brutale, melodia sinistra, polifonia vocale e notevole orecchiabilità. Da segnalare il piacevole assolo chitarristico di Vangelis Labrakis dei greci Mencea. Canzone che passa un po’ inosservata all’inizio, ma che in realtà è fra le migliori del lotto!

Vitets Vidd I Verdi
Arriviamo all’episodio che i Solefald hanno scelto di rendere disponibile quale primo estratto dal disco. “Vitets Vidd I Verdi” è fondamentalmente un altro brano symphonic avant-black, caratterizzato però da loop elettronici che appaiono qua e là e da alcune sezioni che paiono quasi delle marcette pubblicitarie, durante le quali tornano in vista Agnete Kjolsrud e la sua voce schizoide. Non male, ma fra i punti deboli (?) della tracklist.

Hugferdi
Molto bello anche “Hugferdi”, un brano che sa essere dolce come un mattino rugiadoso e, nel giro di microsecondi, violento come una tempesta oceanica. In pieno centro canzone, la parte folle del cervello Solefald, però, si lobotomizza ancora e ci presenta un riff e un assolo praticamente Seventies, per poi ripartire con la solita scarica di incroci vocali destabilizzanti. Ennesimo pezzo che cresce inesorabilmente con gli ascolti.

Waves Over Valhalla (An Icelandic Odyssey Part III)
Sfidiamo chiunque a non trovarsi a cantare nel giro di qualche fruizione l’incipit epico di “Waves Over Valhalla”, terzo capolavoro assoluto dei Solefald del 2010. Furore brado, enfasi divina, sostanza pagana, il tutto spremuto in un brano avant-black che vi esploderà in testa per merito, ancora una volta, delle voci limpidissime di Lazare e di arrangiamenti che definire perfetti è un’offesa. Ci restano pochi aggettivi a disposizione, indescrivibile è uno di questi.

Til Heimen Yvar Havet
Chiude il disco, purtroppo, la traccia meno incisiva del lotto, “Til Heimen Yvar Havet”, corale processione dai tempi lenti e dalle melodie sempre epiche, ma un po’ meno riuscite rispetto allo standard del resto del lavoro. Ci sono ancora i cori celestiali della Maurseth, ma non riescono ad imprimere la spinta necessaria al brano per elevarsi un po’. Leggerissima delusione finale.

TRACKLIST

  1. Song Til Stormen
  2. Norrøn Livskunst
  3. Tittentattenteksti
  4. Blackabilly / Stridsljod
  5. Eukalyptustreet
  6. Raudedauden
  7. Vitets Vidd I Verdi
  8. Hugferdi
  9. Waves Over Valhalla ( An Icelandic Odyssey Part I I I )
  10. Til Heimen Yvar Havet
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