SOLSTICE – White Horse Hill

Pubblicato il 01/05/2018 da
voto
7.5
  • Band: SOLSTICE
  • Durata: 00:46:54
  • Disponibile dal: 06/04/2018
  • Etichetta: Invictus Productions
  • Distributore:

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Chi nutre una passione cocciuta e smodata per note epiche e altisonanti, che si abbeverano di miti, leggende, narrazioni eroiche e tumultuose, sa bene che si deve pazientare per ascoltare nuova musica da coloro che professano tutt’oggi tali sonorità, piacevolmente anacronistiche e fuori mercato. L’epic metal propriamente detto rappresenta una sezione nobile ma non frequentemente esplorata della galassia metallica, cui poche giovani promesse si avvicinano e alcune ‘vecchie’ gloriose compagini provano a dare un fiero contributo. I Solstice inglesi rappresentano in tutto e per tutto l’essenza di questa celebrata arte, scesi in campo in un’epoca, quella degli anni ’90 mediani, che nulla prometteva a chi professava sonorità heavy metal di puro lignaggio. Due dischi, “Lamentations” e “New Dark Age”, hanno conquistato un numero di cuori inversamente proporzionale alla qualità di canzoni che, negli anni successivi, influenzeranno una nuova generazione di epic metaller, fra i quali non possiamo non annoverare gli Atlantean Kodex e i lombardi Doomsword, dichiaratamente fervidi sostenitori dell’operato di Rich Walker e compagni. Il chitarrista, unico membro fondatore ancora in line-up, ha pazientemente ricostruito i fili della memoria grazie a una formazione riunitasi nel 2010, e da allora sporadicamente attiva. Se il breve EP “Death’s Crown Is Victory” (2013) pareva annunciare un full-length a stretto giro, si è dovuto attendere il 2018 per assaporare il terzo album del combo anglosassone, giunto a distanza di vent’anni dal predecessore su lunga distanza. L’espressione ‘il tempo sembra essersi fermato’ aderisce perfettamente a un disco come “White Horse Hill”, attraversato da quel pathos disincantato e febbrile, mastodontico e favolistico, che solo l’epic metal rallentato e posseduto dal doom sa emanare. Il retaggio folcloristico dai testi si promana alla musica, condensando una visione del mondo che guarda con nostalgia a un passato mitizzato e lontano, evocato da lunghi riff progressivi e intrecci melodici elaborati, sovrapposizioni di chitarre soliste che incendiano di passionalità ritmiche corpose e vibranti. Le fasi strumentali prevedono momenti incalzanti e in fatale crescendo, accompagnate da partiture più dilatate, durante le quali le atmosfere si fanno indefinite, comunicando un senso di immaterialità e lontananza. I brani sono concepiti come piccoli romanzi, raccontati dalla caleidoscopica voce di Paul Kearns, potente cantore che sa emozionare anche nel candore di arpeggi bucolici, dove non fa mancare un’accentazione particolarmente malinconica. Refrattari a muoversi come una band ‘regolare’ che compone opere, diciamo, ‘standard’, i Solstice producono un album dalla struttura non immediata, che fa spiccare tre tracce di ampio respiro e assai articolate, in mezzo alle quali le restanti quattro diventano eleganti capitoli d’atmosfera, quasi camere di compensazione per le robuste iniezioni di forza, impeto e immaginazione di “To Sol A Thane”, “White Horse Hill” e “Under Waves Lie Our Dead”. Quest’ultima, un’impeccabile sintesi di Fates Warning dell’era-Arch e dei Candlemass di Messiah Marcolin, da sola vale buona parte del giudizio finale su “White Horse Hill”: gli episodi più corti e la tenue “For All Days, And For None” non convincono come i pezzi più densi di vibrazioni metalliche, ma quando puntano in alto i Solstice dimostrano di non aver perso il proverbiale tocco magico.

TRACKLIST

  1. III
  2. To Sol A Thane
  3. Beheld, A Man Of Straw
  4. White Horse Hill
  5. For All Days, And For None
  6. Under Waves Lie Our Dead
  7. Gallow Fen
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