9.5
- Band: SORHIN
- Durata: 00:42:20
- Disponibile dal: 1997
- Etichetta:
- Near Dark Productions
I motivi per cui alcuni album non diventano dei classici immortali, con tanto di ascrizione degli artisti che li hanno prodotti nel novero delle leggende imperiture (con i benefici di esposizione e popolarità che questo comporta), sono molteplici e, spesso, misteriosi. Per quanto riguarda “I Det Glimrande Mörkrets Djup”, debutto sulla lunga distanza dei blackster svedesi Sorhin, pubblicato su etichetta Near Dark Productions nell’ormai lontano 1997, si può senza dubbio individuare nell’appartenenza al roster di un’etichetta dalle risorse limitate una delle cause della loro mancata ‘esplosione’ mediatica all’interno del panorama black metal di allora, perché – da punto di vista qualitativo – qui ci troviamo senza dubbio al cospetto di uno dei più grandi capolavori mai partoriti dalla scuola svedese, capace di rivaleggiare ad armi pari con le più blasonate pietre miliari di cui è costellata la storia della Nera Fiamma di un Paese che, già di suo, evoca sentori di leggenda.
Un altro dei motivi di questa mancata consacrazione potrebbe essere individuato, da un lato, nella mancata adesione dei Sorhin alla direzione tutta furia e velocità parossistiche che pilastri quali Marduk e Dark Funeral stavano dando al black metal proveniente da quelle lande (elemento che sarebbe finito per diventare autentico trademark dello stile svedese) e, dall’altro, l’assoluto rifiuto di seguire la via della grandeur sinfonica e delle atmosfere più accessibili che stavano consegnando ai vari Dimmu Borgir e Cradle Of Filth le chiavi della deflagrazione commerciale.
Lo stile dei Sorhin, infatti, si proponeva in questo primo full-length come una validissima alternativa ad entrambe i sopraccitati approcci, facendosi portavoce di uno stile unico, che univa black metal in tipico stile scandinavo primi anni Novanta, gelido e ferale, ad una ineguagliata capacità di costruire trame di chitarra di straordinaria incisività; autentiche litanie nere, che davano ai brani un potere intrusivo e pervasivo semplicemente strabiliante, incorporando stilemi non lontani dalla NWOBHM (un po’ come fatto dai Dissection, ma con un approccio che sembra mutuato più dal ‘folk nordico’ che dal metal classico in quanto tale).
Purtroppo, in anni in cui la scena pullulava di band incredibili, la mera qualità non fu sufficiente per impedire a lavori strepitosi come questo di scivolare fra le maglie, allora molto larghe, della leggenda del black metal (un altro esempio fu il grandioso debutto dei norvegesi Keep Of Kalessin, “Through Times Of War”, già inserito fra i Bellissimi su queste stesse colonne alcuni mesi or sono), ma questo non impedì a “I Det Glimrande Mörlrets Djup”, come ad altri lavori di eguale caratura, di assicurarsi un meritatissimo posto nel novero degli album ‘cult’, spesso ancora più apprezzati di molti album ‘big’ da quella parte di adepti della Nera Fiamma poco avvezzi a dare rilevanza al successo mediatico quale parametro di valutazione qualitativo.
Graziato da una produzione semplicemente perfetta, realizzata nei celeberrimi Abyss Studios di Peter Tägtgren (autentico punto di riferimento per l’intera scena black metal scandinava, a partire dalla seconda metà degli anni Novanta), capace di conservare intatta la ruvidezza del sound ‘grim & cold’ del trio di Borlänge (composto da Nattfursth alla voce, Eparygon alla chitarra e al basso e Zathanel alla batteria) ma anche di esaltarlo altresì attraverso un’intelligibilità formale di prim’ordine, l’album mantiene tutt’ora inscalfita la sua magia, mettendo subito sul piatto tutti i suoi punti di forza fin dall’opener “Godhetens Fall”.
Il riffing, affilato e brumoso, e l’incalzare feroce ma variegato della sezione ritmica, evocano immediatamente sensazioni di nebbia e gelo che non abbandoneranno l’ascoltatore lungo tutta la durata dell’opera, mentre figure oscure sembrano aggirarsi al di là della coltre caliginosa, inscenando una danza macabra sacrilega sulle note degli insinuanti fraseggi di chitarra che i nostri tessono man mano che il brano si dipana. Tale profluvio di magistrale, tambureggiante black metal viene subito bissato dall’altrettanto splendida “När Helvetet Kallar”, marchiata a fuoco da incalzanti riff circolari e diaboliche aperture melodiche, ma è con la strepitosa “…Och Om Natten Min Själ Dansar” che i Sorhin assestano il colpo definitivo, capace di proiettare l’album all’istante nell’empireo delle più grandi opere black metal di tutti i tempi: difficile, infatti, trovare un blackster capace di resistere alle sulfuree, inquietanti cantilene intrecciate dai Nostri in questo brano clamoroso, ideale colonna sonora per un convegno di troll, streghe e demoni assortiti in una qualche sperduta foresta svedese.
C’è davvero qualcosa di fanciullescamente primordiale, nella musica contenuta in questo “I Det Glimrande Mörkrets Djup”; un sentore di racconti spaventosi sussurrati attorno al fuoco, di ataviche paure rurali esorcizzate attraverso oscuri ed arcani rituali carnevaleschi, come nella miglior tradizione pagana. La cosa che rende il tutto unico è che i Sorhin riescono a trasmettere queste sensazioni senza fare minimamente ricorso a trucchetti folk da saltimbanchi: il loro black metal è rigorosamente e fieramente ‘true and evil’; è semplicemente l’esposizione ad essere geniale, oltre che talmente incisiva e penetrante da poter essere definita quasi ‘catchy’, cosa che non viene meno neppure quando i tempi si fanno più lenti ed opprimenti, come accade nella prima parte della strutturata “Svartvintras”, prima che i Nostri si lancino nell’ennesima serie di riff e intrecci melodici da standing ovation.
Inutile cercare passaggi a vuoto o cedimenti di sorta, in questo album: l’urgenza graffiante di “Tills Döden Er Alla Tar”, la ferocia luciferina di “Åt Fanders Med Ljusets Skapelser” e i saliscendi umorali della gelida “I Skuggan Af Nattens Herre” (a tratti rimembranti la ricchezza strutturale e il dinamismo dei Dark Funeral dell’omonimo EP di debutto) non fanno altro che confermare la grandezza di un’opera che trasuda personalità e cristallina ispirazione da ogni singolo solco, preparando al strada a un terzetto finale semplicemente impeccabile: “Sänd Mig En Ängel Att Dräpa” è semplicemente meravigliosa, col suo melting pot di furia nordica e black metal melodico lanciati a duecento all’ora, costantemente al limite del deragliamento, mentre “Skogsgriftens Rike”, col suo bombardamento impietoso, è pura perfezione ‘Made in Sweden’.
A suggellare il tutto ci pensa la tilte track “I Det Glimrande Mörkrets Djup”, e mai chiusura sarebbe potuta essere più perfetta: il brano racchiude in se, infatti, tutte le sfaccettature del ‘Sorhin sound’, dai ricercati e incisivi riff alle insinuanti, inconfondibili litanie nere, dalle avvincenti aperture alle brucianti ripartenze a tutta velocità; un puro concentrato di perfezione black metal.
Si chiude così un lavoro sul quale risulta davvero difficile aggiungere altro: chi conosce già “I Det Glimrande Mörkrets Djup” sa già fin dove si spinga la sua grandezza, mentre chi ancora non vi si fosse ancora imbattuto potrà trovare fra i suoi solchi un intero mondo di oscure meraviglie, la cui magnificenza si rinnova e rinvigorisce ad ogni ascolto, anche dopo quasi trent’anni di passaggi sul fido impianto casalingo (e su ogni altro possibile succedaneo).
Un album semplicemente leggendario.
