8.0
- Band: SOUL RAPE
- Durata: 00:48:35
- Disponibile dal: 25/01/2015
- Etichetta:
- Punishment 18 Records
- Distributore: Andromeda
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Da dove escono questi Soul Rape? Dopo qualche rapida ricerca, scopriamo che sono attivi dal 2007 e, dopo un demo ed un EP auto-prodotto, sono rimasti fermi (dal punto di vista delle pubblicazioni) per cinque anni. La domanda nasce spontanea, dato che il primo full length dei quattro ragazzi di Varese (con l’aggiunta di un assolo di Jeff Loomis su “Like The Serpent’s Tongue”), ha dell’incredibile. La “base” su cui i Soul Rape costruiscono il loro sound è un death metal melodico che si pone a metà tra la scuola svedese (At The Gates, Dark Tranquillity e primi In Flames) e la cara vecchia old-school americana, quella però più tecnica (Atheist, Cynic e ultimi Death); il disco non ha una sbavatura: dalle linee vocali che variano dal tetro al maestoso, pur mantenendo la base growl che, a volte, vira verso lo scream; il lavoro delle chitarre si muove dai classici riff down-tune tipici del death metal ad intrecci e groove complessi (“Soul Rape” ricorda, a tratti, i migliori Annihilator), fino a parti completamente pulite e smaccatamente prog. La capacità e la naturalità con cui la band cambia stile e genere all’interno dei singoli pezzi e sconvolgente, ma non dà mai quella sensazione da “che cazzo stanno facendo?” tipica di molti gruppi pretenziosi ed ostentatamente tecnici. A completare il quadro, un basso che riempie in modo corposo ed arricchisce ma che sa anche essere “cordoso” e melodico quando si prende il suo spazio ed un drumming perfetto (dietro le pelli c’è Peterbat dei Node). C’è un po’ di tutto, nel bene e nel male, come in “Saudade De Morte” che parte con un’orrenda intro di quella che ci sembra musica brasiliana (perdonateci se siamo vaghi, non è esattamente il nostro campo) per poi dar sfogo al pezzo più “ignorante” del disco e ridiventare un’assurda bossanova (o quello che è) alla fine. I Soul Rape si esprimono ottimamente sulla media lunghezza (cioè nelle track di quattro o cinque minuti) e si destreggiano egregiamente nei quasi nove minuti (tempo decisamente prog) di “Gargoyles” in cui il gruppo riesce a mantenere l’atmosfera tetra e violenta, nonostante l’inserimento di parecchi tecnicismi che non sono, però, mai dediti all’auto-compiacimento, ma si assolvono perfettamente al mood del singolo pezzo. È difficile descrivere il sound dei Soul Rape ed ascriverlo ad un qualcosa di preciso; questo “Endless Reign” è imprevedibile come “Unquestionable Presence”, aggressivo come “The Jester Race” e complesso come “Symbolic”. Se scomodiamo delle pietre miliari è per dare un’idea generale, non stiamo certo paragonando i Soul Rape ai padri di interi generi: vogliamo, però, dire che il materiale presente su questo disco (prodotto, ancora una volta, dalla “solita” Punishment 18) può essere l’inizio di un percorso devastante e rimarcare, se ancora ce ne fosse bisogno, che il nostro paese è in grado di dar vita a gruppi che hanno tutte le carte in regola per proporsi a livello internazionale.
