6.5
- Band: SOULFLY
- Durata: 00:31:12
- Disponibile dal: 24/10/2025
- Etichetta:
- Nuclear Blast
Spotify:
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Tredicesimo album in studio per i Soulfly, il progetto di un sempre prolificissimo Max Cavalera che più si avvicina al trentennale. Partito come il proseguo dell’avventura di Max alla separazione dai Sepultura, negli ultimi anni è sicuramente stato messo in ombra dalle collaborazioni con il fratello Igor, con cui ha prima lanciato con più che buoni risultati discografici i Cavalera Conspiracy, per poi fare il pieno dal vivo con il solo nome Cavalera in una serie di tour che hanno celebrato i dischi iconici dei Sepu.
Il continuo cambio di musicisti alla corte del capo – Wikipedia ne conta più di venti, se contiamo i ‘touring members’ – non sarebbe nemmeno un problema (risulta forse leggermente caotico il fatto che la tribù di Max si scambi continuamente musicisti che sono anche familiari e talvolta hanno anche lo stesso nome).
E’ un po’ più grave forse che i Soulfly abbiano cambiato molte volte espressione musicale, passando dal groove/nu-metal degli esordi ad una commistione ogni volta diversa di death, thrash e hardcore, aggiungendo e togliendo elementi industrial, tribali ed acustici.
Se dal punto di vista della formazione la suddetta confusione continua a regnare sovrana – oltre a Max e Zyon (figlio), come voce/chitarra e batteria, non è chiaro se Mike DeLeon (ex Phil Anselmo and the Illegals) e Igor Amadeus Cavalera (altro figlio) siano chitarrista e bassista ufficiali – almeno dal punto di vista musicale si cerca di mettere un po’ di ordine, tornando alle coordinate storiche fatte di quella formula asciutta e diretta che ha contraddistinto i primi capitoli del gruppo, e tentando allo stesso tempo di riassumere in maniera coerente le peripezie evolutive della band.
Si parte bene con il groove di “Storm the Gates”, le incursioni nello sludge di “Nihilist” e il death metal di “Ghenna” che riporta ai fasti di “Prophecy”. Il grindcore di “Favela/Dystopia” è basilare ma potrebbe far gola ai fan del gruppo, così come il trip strumentale di “Soulfly XIII” e la sbandata industrial di “No Pain = No Power”. La formula prevedibile rende però alcuni brani (su tutti “Black Hole Scum” e “Always Was, Always Will Be…”) troppo fotocopie di quanto già fatto da Max in passato (con a suo tempo risultati originali), senza l’innovazione che ha reso esaltanti dischi come “Primitive” ed “Enslaved”, in uno slancio nostalgico dal sapore un po’ troppo autocelebrativo.
L’assonanza con il materiale storico sarà sufficiente a convincere molti fan di poche pretese, allo stesso modo della lunga lista di collaborazioni con musicisti di rilievo – su tutti Dino Cazares (Fear Factory), Michael Ammott (Arch Enemy) e Todd Jones (Nails) – dona quell’aura di spessore che in realtà si traduce più in amicizia e rispetto che in reale contributo artistico.
Il precedente “Totem” (2022) era più solido e centrato, questo “Chama” guadagna in urgenza ma perde in coesione, risultando un collage di influenze un po’ affrettato più che un ritorno al ‘fuoco’ originario e all’identità culturale dei Soulfly.
Evocando il significato portoghese del titolo (‘fiamma’ o ‘chiamata‘) ed ispirandosi al grido di battaglia del campione UFC Alex Pereira, il nomade del metal Max Cavalera dà vita ad un disco che pulsa di radici brasiliane, rabbia ancestrale e collaborazioni importanti, ma che, nel suo slancio verso il ritorno alle origini, nel complesso risulta po’ troppo impulsivo e poco ragionato.
