8.5
- Band: SOUNDGARDEN
- Durata: 00:53:08
- Disponibile dal: 05/09/1989
- Etichetta:
- A&M Records
“Louder Than Love” o “Badmotorfinger”? Questa è la domanda che ci siamo fatti al momento di scegliere un album dei Soundgarden per i Bellissimi di Metalitalia, e la risposta non è affatto scontata, perché il secondo contiene brani come “Rusty Cage”, “Jesus Christ Pose” e fotografa la band nel momento esatto in cui si accorge di poter attingere a un immaginario musicale più moderno di quello a cui si era rifatta fino a quel momento, mentre il primo a noi appare più granitico, più album che mera collezione di canzoni.
Chi scrive questa recensione ha aperto una discussione all’interno del proprio inner circle personale, dove “Badmotorfinger” è molto amato, ma è stato convinto da una risposta lapidaria: “Mi piace “Louder Than Love” perché è un mix perfetto di irruenza e immaturità”. Immaturi lo erano di sicuro, i quattro Soundgarden durante la registrazione dell’album sotto la guida di Terry Date, uno che lo stesso anno aveva prodotto il debutto dei Dream Theater e che diventerà uno dei nomi tutelari del nu metal lavorando ai dischi dei Deftones, e immaturi erano i testi della band, tanto intrisi di goliardia da far proporre loro come titolo di lavorazione “Louder Than Fuck”.
Irruenti e immaturi, quindi, eppure terribilmente talentuosi, capaci di far dimenticare le ingenuità dell’esordio “Ultramega OK” iniziando il disco con una “Ugly Truth”, che sembra nascere in presa diretta durante una jam in studio, seguendo un canovaccio tradizionale (batteria, accordi di elettrica, poi un pizzicare di basso e infine la voce), e poi segue una linea vocale dalle suggestioni new wave che si abbandona alla trama di chitarre acide intessuta da Kim Thayil, qui autore di una delle sue prove più convincenti in studio.
“Hands All Over” rincara la dose, mostrando un appeal radiofonico frutto dell’unione tra un riff decisamente orecchiabile, una melodia orientaleggiante e un testo volutamente provocatorio, e dopo questa prova di forza il disco inizia ad aprirsi alle sperimentazioni con il passo claustrofobico di “Gun”, quasi un brano perduto da “Ozma” dei Melvins, il blues volutamente acido (e stonato) di “Powertrip” e lo struggente melodramma psichedelico di “I Awake”, ultimo contributo compositivo del bassista Hiro Yamamoto alla band, che a partire da “Badmotorfinger” lascerà il posto a Ben Shepherd dei Tick Dolly Row.
Il cuore del disco rimane comunque legato a un hard rock ad alto tasso testosteronico che guarda ai Led Zeppelin come principale riferimento, e allora ecco “Uncovered”, una sorta di “Mailman” (da “Superunknown”) più leggera e melodica, “Loud Love”, ovvero l’omaggio più esplicito mai fatto da Cornell a Robert Plant, e “Big Dumb Sex”, singolo sbarazzino con ammiccamenti ai Mötley Crüe.
Non è finita, in ogni caso: nei cinquanta minuti abbondanti dell’album trovano spazio anche una “Get on the Snake” che è un brano di street rock da concerto capace di rimanere in scaletta fino alla fine della prima vita del gruppo, il ritmo ossessivo di “No Wrong No Right” (con una grande prova di Matt Cameron alla batteria), e una “Full On Kevin’s Mom” che regredisce sino all’hardcore dei Dead Kennedys con qualche anno di anticipo rispetto ai Pearl Jam di “Spin the Black Circle”, con tanto di una reprise in coda al disco che scimmiotta i Beatles di “Hey Jude”.
Con “Louder Than Love”, si apre quindi nella carriera dei Soundgarden un periodo in cui a questi musicisti sembra riuscire tutto sia dentro la band (gli album perfettamente a fuoco “Superunknown” e “Badmotorfinger”, naturalmente) sia fuori (l’indimenticabile progetto “Temple of the Dog” e persino la commovente ballata AOR “Stolen Prayer”, scritta da Cornell e nascosta nella tracklist di “The Last Temptation” di Alice Cooper). Certo, c’è un prima e un dopo nella storia di ogni band, e nel caso dei quattro di Seattle il dopo è un declino malinconico e parzialmente inaspettato, cominciato con l’album “Down on the Upside”, che persino in quest’epoca di revival chi scrive non si sente ancora ancora pronto a rivalutare. Dopo quel disco Thayil e Shepherd apparvero saltuariamente nelle Desert Sessions di Josh Homme, mentre Matt Cameron finì per sostituire Jack Irons nei Pearl Jam durante la loro fase senile.
Per Chris Cornell la vicenda fu più complessa, perché dopo un debutto solista dignitoso (che andrebbe recuperato, almeno per la genuina vena pop delle canzoni) e il progetto Audioslave con Tom Morello e altri Rage Against The Machine, che fruttò tre dischi, dei quali almeno il debutto merita un ascolto, il cantante entrò in un limbo di album dimenticabili (compreso quello di reunion dei Soundgarden, “King Animal”), quando non oggettivamente imbarazzanti (l’esperimento dance di “Scream”).
Col senno di poi, l’ultimo “Higher Truth” sembrò il tentativo riuscito di ritrovare il proprio equilibrio all’interno di una dimensione acustica e genuinamente cantautorale; un equilibrio che, come hanno dimostrato le tragiche vicende successive, è risultato piuttosto precario.
Anche per questo motivo, “Louder Than Love” ci appare oggi così importante: è il ritratto degli artisti da giovani, la testimonianza di un talento colto nel momento stesso in cui sta sbocciando, e ha canzoni che quella giovinezza se la portano dentro, con tutta l’irruenza e le imperfezioni del caso.
