8.0
- Band: SPELL
- Durata: 00:41:03
- Disponibile dal: 01/05/2026
- Etichetta:
- Bad Omen Records
Gli anni ’20 di questo secolo hanno saputo confidarci un messaggio importante: l’heavy metal classico è tornato a ruggire, per quanto tanto classico, sovente, non sia. Due concetti apparentemente antitetici, invece uniti da un sottile filo rosso – o porpora – che identifica i caratteri fondanti di una nuova generazione di musicisti. Ragazzi, o giovani uomini che dir si voglia, accomunati da un bacino di influenze ampio e variegato, orientati a forme di heavy metal più o meno convenzionali e ascolti laterali enciclopedici, che puntualmente si riversano in quello che dovrebbe essere ‘solamente’ heavy metal.
Tra i più propensi a questa tendenza di classicità contaminata ci sono gli Spell, divenuti un piccolo caso underground almeno dal terzo album “Opulent Decay”, per poi spiccare artisticamente il volo con il seguente “Tragic Magic”.
Negli ultimi quattro anni la dimensione della formazione nordamericana è mutata, portandola all’attenzione dei fan europei per un primo ciclo di concerti in alcuni festival nel 2024 e una line-up che, attorno ai due membri fondatori, i fratelli Al Lester (batteria, seconda voce, chitarra ritmica e solista) e Cam Mesmer (voce, basso, chitarra ritmica, sintetizzatori), vede ora presenti in pianta stabile Gabriel Tenebrae (chitarra solista, sintetizzatori) e Jeff Black (chitarra solista). Una formazione già testata proficuamente dal vivo, ora al banco di prova di un nuovo disco, probabilmente il primo segnato da una ‘vera’ attesa, per chi ha apprezzato le singolari peculiarità dei canadesi in passato.
Il loro heavy metal, già dal secondo disco “For None And All” e con maggior convinzione nelle pubblicazioni successive, si è inoltrato in una strana terra di mezzo dove metal ombroso e sospirante, dark e gothic rock, post-punk, synthwave e progressive rock si miscelano subdolamente, per dar vita a un suono molto personale. Per una volta, quando un gruppo parla, come nel loro caso, di influenze della scena rock americana anni ’60, di amore per le atmosfere dei Cocteau Twins, o di infatuazioni per la synthwave di Kraftwerk e Ultravox, non sono parole buttate al vento: sono dichiarazioni che si riflettono direttamente nella musica, orientandone i significati verso un tessuto sonoro ben lontano dall’ortodossia.
In questa nuova conformazione, gli Spell vanno a cedere uno spicchio del loro eclettismo, andando ad asciugare in parte il ventaglio delle suggestioni e una certa propensione a partiture ondivaghe e poco prevedibili, pur all’interno di strutture snelle e concise. “Wretched Heart” va infatti a puntare diretto e senza indugi a una dimensione più synth-oriented, a un metodo compositivo che non teme di allontanarsi dal metal duro e puro, per abbracciare un’ibridazione con il mondo gothic rock e post-punk, secondo una propensione alla melodia vincente più marcato che in passato.
Il taglio dolciastro delle melodie, chitarristiche e di sintetizzatori, si sposa in questa occasione a ritmiche spesso piuttosto composte, ideali per condurci a refrain molto accattivanti e scoppiettanti, dandogli un’angolatura quasi AOR ad alcuni di essi, pur restando in ambito hard rock/heavy metal. Ne consegue che pezzi come il primo singolo “Take My Life” o l’altrettanto piaciona “Lilac” richiamino alla mente i Ghost degli ultimi due lavori, quell’irresistibile connubio di chitarre scintillanti, suoni levigati e ritmi incalzanti e scenografici che hanno portato gli svedesi tra le formazioni con un seguito sterminato. Più difficile che agli Spell riesca il medesimo, dirompente, successo, nonostante questa connotazione più ‘commerciale’ sembri non star male addosso ai canadesi.
Le radici metalliche di “Wretched Heart” rimangono incontestabili, laddove un riffing debitore della NWOBHM resta una felice costante, i solismi sono appaganti e ben dosati e il cantato efebico e sottile un’inconsuetudine che non smette di affascinare.
L’alta qualità del songwriting non è evaporata nel rinnovato contesto stilistico, dando brillante linfa vitale anche ai brani di “Wretched Heart”. Quando il gruppo decide di spingere sull’acceleratore, lasciando più in disparte i synthh, ecco allora la cavalcata di “Oubliette”, con un’interpretazione vocale più profonda a mettere in risalto l’ombrosità dei suoni, oppure le eteree atmosfere di “Iron Teeth”, divisa tra duelli chitarristici da Inghilterra primi anni ’80, inserti di tastiera darkwave, un falsetto adorabile nei ritornelli.
Nell’andare a briglia sciolta e impetuosi, gli Spell enfatizzano la componente teatrale, tenendoli da questo punto di vista in stretta aderenza ad altre formazioni coeve come i The Night Eternal, i Trial o i Lunar Shadow. In questo, rimane fondamentale la lezione di King Diamond, un’influenza ora più marcata, ora più sottile, sempre importante per il quartetto, specialmente nella corale title-track, inno gotico che potrebbe aprire molte porte alla band.
Per quanto inizialmente un po’ spiazzati da alcune scelte stilistiche, i fratelli baffuti alla guida del progetto ci hanno convinto anche questa volta. Non diremmo che si sono confermati o superati, semplicemente hanno scritto un altro album appassionante da cima a fondo, capace pure di porre qualche piccola sfida ai loro fan e metterli di fronte a qualche sortita un po’ inusuale, anche per i loro standard.
Sarà vera gloria? Solo il tempo lo saprà dire…
