7.5
- Band: SPELLBOOK
- Durata: 00:42:15
- Disponibile dal: 23/09/2022
- Etichetta:
- Cruz Del Sur Music
L’ondata di band intente a riscoprire le sonorità del passato non accenna a fermarsi, segno che il rock duro della vecchia scuola non ha esaurito le sue cartucce, e che c’è ancora molto da dire. Gli americani SpellBook a quasi due anni dal loro esordio “Magick & Mischief” compiono il loro ritorno con un nuovo disco di hard rock ed heavy metal dal sound che pesca a piene mani dagli anni Settanta ed Ottanta. Due decenni d’oro per la musica, che qui nostri cercano di riproporre, con invero buoni risultati. Se “Rehmeyer’s Hollow” punta a melodie ed atmosfere tendenti all’oscuro inserite in un contesto classic heavy, la successiva “Goddess” si sposta su lidi più hard rock, con giochi di chitarre soliste figlie dei Thin Lizzy. Il plurale è d’obbligo, perché il chitarrista Andy Craven, presente sul precedente lavoro del gruppo, è stato sostituito da ben due asce, Les Yarde e Patrick ‘Patty’, che si sono perfettamente integrati nel contesto SpellBook. Uno dei momenti più epici e maestosi del disco arriva con la title-track, un pezzo veramente azzeccato in cui i nostri mostrano tutto il loro amore per nomi come Black Widow e Pentagram. Le cavalcate martellanti di “The Witch Of Riley Creek” faranno la felicità degli estimatori del metal anni Ottanta; durante l’ascolto, infatti, sembra davvero di essere tornati nella vecchia Inghilterra quando il metallo pesante stava consolidando il proprio stile. Come già accennato, la formazione propone una musica old-fashoned, nulla a che vedere con le espressioni più moderne del metal, ma diamo loro atto di saper convincere grazie ad una buona personalità che non si limita a scopiazzare da chi è venuto prima, la personalità non manca. Fa piacere constatare come gli SpellBook siano riusciti a crescere durante questi due anni di stop aggravati dalla pandemia e dalle conseguenze che ha portato: il tempo a disposizione è stato sfruttato molto bene, “Deadly Charms” si presenta pieno di buoni pezzi, ben suonati e con una produzione volutamente vecchio stampo, ma di ottima qualità. Si dice sempre di supportare l’undeground e questo è proprio il momento giusto per dare una possibilità a musicisti che sanno il fatto loro.
