6.5
- Band: SPIRITUS MORTIS
- Durata: 00:45:25
- Disponibile dal: 13/05/2009
- Etichetta:
- Firebox Records
- Distributore: Masterpiece
A tre anni di distanza dal precedente “Fallen” tornano sul mercato i finlandesi Spiritus Mortis, e lo fanno con un lavoro che ha davvero poco a che spartire con il suo predecessore, tralasciando il fatto che entrambi si muovono su coordinate doomy. Da segnalare l’importantissimo cambio dietro al microfono, dove non troviamo più l’eccellente Vesa Lampi: la perdita di un singer di tale portata potrebbe sembrare un vero e proprio suicidio artistico, se non fosse per il fatto che a sostituirlo è stato chiamato addirittura sua maestà Sami Hynninen, dai più conosciuto come “Sir” Albert Witchfinder dei magnifici e purtroppo ormai sciolti Reverend Bizarre. Il repentino passaggio da sonorità stoner (hard) rock di “Fallen” a quelle doom epic di questo “The God Behind The God” è probabilmente dovuto alla necessità di far sentire Hynninen più a suo agio. Già l’iniziale “The Man Of Steel”, tamarra e manowariana fino al midollo, ci mostra la duttilità del cantante, perfettamente in palla sulle partiture epicheggianti costruite dalle chitarre. Della successiva “Death Bride” convince solamente il finale che si tinge di death doom, mentre la successiva “The Rotting Trophy” e “When The Wind Howled With A Human Voice” sono dei classicissimi brani doom ai quali manca quel quid per farsi ricordare. “Curved Horizon” è addirittura sfacciata nel ricordare i Saint Vitus ed il loro drunken doom lento e possente allo stesso tempo, mentre “Heavy Drinker” va a ripescare lo stoner presente sul precedente album della band. In questo caso il riff portante ad opera dei guitarist Jussi Maijala e Kari Lavila pare ripreso da “Caravan Beyond Redemption” dei Cathedral: da segnalare un ottimo break melodico di stampo heavy ottantiano. La titletrack si dipana lenta e mortifera per undici minuti abbondanti, dove il doom della band viene dilatato riuscendo a mantenerne inalterata l’epicità. Sicuramente Sami Hynninen ha messo lo zampino in fase di composizione, in quanto la traccia è quanto di più simile ai Reverend Bizarre sia dato di ascoltare e, pur non raggiungendone gli apici creativi, riesce comunque a convincere grazie anche ad una certa varietà esecutiva piuttosto insolita a queste velocità. A chiudere troviamo l’hard rock doomeggiante di “Perpetual Motion”, sorta di omaggio ad album minori dei Black Sabbath dell’era Ozzy. Una volta di più dobbiamo rammaricarci con gli Spiritus Mortis: a fronte di brani ben congegnati e coinvolgenti ne troviamo altri banali e spesso inconcludenti. Se solo i nostri riuscissero a focalizzarsi meglio sul songwriting potrebbero davvero essere una delle migliori doom band attualmente in circolazione! Album solo carino, ma a noi resta il piacere di risentire Albert Witchfinder all’opera, che per le orecchie è sempre un godimento.
