6.5
- Band: SPIRITUS MORTIS
- Durata: 00:44:05
- Disponibile dal: 16/09/2022
- Etichetta:
- Svart Records
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Avevamo lasciato gli Spiritus Mortis nel 2016, successivamente alla pubblicazione di “The Year Is One”, senza aver del tutto chiarito alcune perplessità circa l’efficacia del loro ritorno sulle scena doom metal. La storica formazione finlandese, attiva fin dagli anni Ottanta, aveva provato ad imporsi con un lavoro molto classico, figlio della tradizione, che però ci era parso ben confezionato ma non entusiasmante, soprattutto per via di un songwriting poco brillante. Oggi, a distanza di quasi sei anni, il copione è rimasto fondamentalmente invariato: “The Great Seal” porta avanti il discorso musicale già visto nel precedente full-length, con tutti i suoi difetti e i suoi pregi. In generale la band ci è parsa più concisa e focalizzata, con composizioni che, contrariamente a quanto si potrebbe intendere dalla copertina, sembrano voler dare sempre meno risalto alla nera pesantezza del doom, per concentrarsi invece su soluzioni più vicine all’heavy metal tradizionale degli anni Ottanta. Questo concede agli Spiritus Mortis la possibilità di creare melodie più immediate, con canzoni generalmente più brevi rispetto alla media del genere, che trovano la loro dimensione ideale nello spirito più guerresco ed epico di brani come “Skopsy” o “Khristovovery”. Sfortunatamente, questo approccio più diretto non è sufficiente ad affrancare la band da quella sensazione di stantìo che ci aveva sfiorato già all’epoca dello scorso album: “The Great Seal” non inciampa in difetti macroscopici, ma al tempo stesso continua a risultare una versione opaca di tanti lavori che hanno fatto la storia del genere, dai Candlemass ai Trouble, passando per i Solitude Aeturnus, fino agli onnipresenti Black Sabbath. Anche il cambio di cantante, che ha visto Kimmo Perämäki subentrare all’ex-Reverend Bizarre Albert Witchfinder, non sembra aver giovato particolarmente al gruppo, andando piuttosto a confermare quanto già detto finora. La sensazione, quindi, è quella di avere a che fare con una buona realtà di seconda fascia, che certamente ha saputo creare ottima musica in passato, ma che oggi si trova ad arrancare per tenere il passo con una generazione di musicisti che, nel mentre, ha saputo rinnovare ed alimentare un genere ancora in ottima salute.
