7.0
- Band: SPITE
- Durata: 00:33:35
- Disponibile dal: 02/02/2018
- Etichetta:
- Invictus Productions
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È quanto meno singolare come taluni personaggi, nel presentare le proprie incarnazioni musicali, finiscano per sottolineare alcuni aspetti invece di altri, dando un’impressione distorta di quelli che saranno i reali contenuti di un album. Nascondendo la reale essenza della loro benamata creatura dietro una facciata che magari qualche mezza verità la racconta, ma non presenta compiutamente in tutte le sue caratteristiche fondamentali una certa proposizione artistica. Il preambolo ci serve a riflettere sui particolareggiati contenuti di “Antimoshiach”, esordio di una one-man band americana, guidata da Salpsan, che sulla carta dovrebbe rappresentare un girone dantesco di rozze blasfemie una più lercia dell’altra, e che di fatto contempla riferimenti piuttosto variegati all’interno del filone metal old-school, così ampi che in prima battuta appaiono buttati lì alla rinfusa. E parrebbero, fallacemente, frutto di indecisione e frettolosa inconcludenza. Già l’opener “The Devil’s Minyan” svela alcune pulsioni e prontamente passa ad altri stilemi; le frattaglie black-thrash delle prime battute si aprono, improvvise, a un andamento vagamente epico, sul quale uno screaming sputacchiante può tiranneggiare con fare rozzo e arrogante, non privo di enfasi teatrale. “The Shield of Abraham” conferma alcuni indizi, affiorano fraseggi di chitarra drappeggianti melodie figlie della NWOBHM più nera, sporcate di istintività punk, rotte da scariche di batteria disordinate e apparentemente fuori contesto. Ancora più curiosa “Vision of the Merkabah”, una cavalcata mutuata dai primi Venom, rivestita di armonie ombrose che sanno di Tribulation affogati in una nottata alcolica; non mancano anche in questo caso aperture epiche che vanno nella direzione dello schietto power statunitense degli anni ’80. Insomma, ci si deve destreggiare tra influenze di tutti i tipi, accatastate alla rinfusa ma con genuina passionalità in tracce che spezzano il proprio filo conduttore quando meno ce lo si aspetta. Il riff portante di “False Magic” porta impresso il ghignante metal orrorifico di King Diamond e – perché no? – dei Death SS in una formulazione estremista; l’arringa conclusiva potrebbe fare il verso agli Watain, comprensiva pure di vocalizzi enfatici e virati a un riuscito semipulito. “Second Death” batte convinta le strade del black-thrash battagliero nordeuropeo, filone che anche negli ultimi anni ha trovato fieri discepoli e pare affascinare assai il buon Salpsan. Risalta qui più che altrove la cura nel disegnare melodie prolungate e vibranti, alla lunga fondamentali per esaltare il messaggio blasfemo di “Antimoshiach”. Non ci fossero, saremmo in balìa di un semplice sfogo di cieco odio senza capo né coda. L’andamento galoppante è un piacevole trait d’union delle diverse tracce, come l’alone gotico di alcuni break, preludenti a indomite accelerazioni. Particolarmente incisive quelle di “Upon Funeral Stone”, riuscito mix di sporcizia ed evocatività maligna. Andiamo verso la chiusura prima con la furibonda strumentale “The Hope (of Coming Armageddon)”, quindi con la prolungata titletrack. Composizione ariosa e attraversata da indicibile grandeur, una rappresentazione di ardente potere mefistofelico che prova a richiamare lo spirito dei Dissection. Gli riesce in tonalità minore, chiaramente, però non sfigura al cospetto in un paragone così probante. Un primo passo di buon valore “Antimoshiach”, interessante aggiunta alla composita scena black metal nordamericana, che non vive solo di atmosfere naturalistiche e riflessive oppure di sperimentazioni contorte, ma anche di approcci viscerali e fedeli all’heavy metal puro come questo.
