8.0
Spotify:
Apple Music:
Splendido split quello che ci propone l’etichetta californiana 20 Buck Spin. Ci troviamo infatti tra le mani un lavoro che, nonostante sia realizzato da due band diverse e provenienti da due mondi geografici e musicali differenti (band gothic rock di Oakland gli Alaric, black-death rock-doomster di Portland gli Atriarch), ha una pertinenza e una logica di fondo che lo rende un lavoro davvero superiore e che lo eleva ad uno status tutto nuovo, oltre il semplice formato split dunque, e ben più che semplice somma delle sue parti. Le due band coinvolte hanno infatti incluso nel lavoro una manciata di canzoni talmente intuitive e sensibili allo stile e ai mood della musica dell’altra band da creare come una fusione delle due stesse band, creando un fenomeno particolarissimo, ovvero la sensazione che le canzoni di una band siano come come un’evoluzione delle canzoni dell’altra e viceversa. Entrambi ormai impostisi come alfieri indiscussi del nuovo death rock americano, sia gli Atriarch che gli Alaric sono sì partiti dalla lezione insostituibile dei Christian Death, ma da questa comune origine hanno poi preso strade differenti. Gli Alaric ci mostrano il lato più disperatamente rock ed essenziale del death rock: il loro sound è fatto di guglie, archi e pennacchi, come le appendici di una cattedrale gotica. E’ un suono tagliente e gelido tutto basato sulle rasoiate killingjokeiane di chitarra di Russ Kent (storico chitarrista dei sludge metaller Noothgrush), dalle armonie oblique, stridenti e malsane prese direttamente dai Bauhaus, dai Joy Division e dai Christian Death, appunto. Il basso pulsante e rotondo di Rick offre un propellente notevole ai pezzi, proiettando lunghissime ombre goth lungo tutta la struttura dei pezzi e rimandando direttamente al groove e alla preziosità del goth rock dalle tinte psychobilly dei primi Fields Of The Nephilim. Chiudono la formula in maniera splendida il drumming sincopato e spezzato di Jason e le voci stellari del vocalist Shane, affatto tecniche o complesse ma sempre cariche di un’emotività che appare sempre impossibile da contenere. E’ qui che la musica degli Alaric assume le sue fattezze heavy, grazie alla delivery del vocalist che riesce a malapena a trattenere il suo innegabile background punk-hardcore (egli milita infatti anche nella band hardcore punk di Oakland Pins Of Light), e le sue voci pulite ma tenebrose e tormentate si trasformano a cadenze regolari in urla e rigurgiti hardcore incontenibili che ricordano quasi la delivery vocale dei Neurosis più slabbrati di “Souls At Zero”. Delle tre favolose tracce goth-metal proposte dai Nostri nello split brilla in particolar modo la ballata conclusiva “Weep”, un vero capolavoro di goth rock metallico evoluto in grado di rapire i sensi di chi ascolta giusto nel giro di una manciata di secondi, forte di un groove stellare e di una melodia centrale perfetta alla quale è praticamente impossibile resistere. Da qui questa sontuosa staffetta goth-metal continua con il passaggio di consegne agli Atriarch (in cui milita come bassista anche Damon Kelly, figlio del ben più famoso Scott, dei Neurosis) i quali estrapolano alla perfezione il pathos, la preziosità e la grazia degli Atriarch e la reiniettano nello split con un carico di negatività e violenza insopportabile. La formula degli Atriarch è ben più assimilabile al black-doom per i suoni e le atmosfere proposte, assolutamente glaciali e disperate, ma anche loro sventolano con fierezza la bandiera dei Christian Death e di tutto il goth inglese degli anni Ottanta, grazie alla proposizione di suoni e mood scarni, malinconici e disperati, quasi poetici o dannati, in piena verve post-punk, e di momenti più psichedelici e corpulenti che rimandano alle gesta per esempio degli Yob, degli Agalloch e dei Ludicra, tornando poi a ritroso anche a lambire i territori più astratti e rumorosi degli Swans. Unire due band così valide sotto un unico tetto ha significato in definitiva creare un’opera unica e molto speciale, ben lontana dalle restrizioni concettuali del semplice split, e molto più che la semplice somma delle sue parti. Siamo forse di fronte al miglior lavoro collaborativo del 2012 nel mondo del metal più astratto, contaminato e celebrativo di sonorità famosissime del passato ma ormai perdute da decenni. Un vero gioiello.
