7.5
- Band: STABBING
- Durata: 00:30:53
- Disponibile dal: 30/01/2026
- Etichetta:
- Century Media Records
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Quattro anni dopo l’esordio “Extirpated Mortal Process”, e a cinque dalla fondazione della band, ritroviamo gli Stabbing su Century Media con un album che sa sia di conferma stilistica, sia di crescita dal punto di vista della forma e del contenuto.
Un lavoro che non intende spostarsi di un centimetro da quell’abominevole coacervo di sonorità death metal sulle cui eruzioni gorgoglianti i ragazzi texani si sono fatti strada nell’underground, ricevendo inviti per eventi del calibro del Maryland Deathfest di Baltimore e firmando appunto un contratto con il colosso tedesco (fatto di per sé sorprendente, dato l’appeal della proposta), ma che al contempo – sulla scia dell’ulteriore esperienza accumulata – scorre in maniera più robusta, decisa e curata rispetto al suddetto full-length del 2022 o ai demo/EP precedenti.
Insomma, se fino a poco tempo fa si era soliti parlare dei Nostri soprattutto per la presenza di Bridget Lynch, dotata di un growl da scarico fognario in grado di fare invidia a buona parte della concorrenza maschile, oggi le cose sembrano destinate a cambiare, grazie ad un songwriting che, nell’angusto spazio di manovra garantito da certo brutal death metal americano, trova sfogo in brani più incisivi e strutturati, nei quali la progressione tecnica è evidente e dove la furia cieca del quartetto, quella barbarie declinata a seconda dei casi in aggressioni sincopate o in esasperazioni della componente groove, è disciplinata da una produzione che rifinisce il suono senza mitigare la sporcizia.
Come detto, la formula resta ancorata a coordinate note e oltranziste, priva di digressioni che ne possano espandere o modernizzare il discorso: Disgorge, Devourment e Brodequin sono i riferimenti più immediati di una tracklist che vive volutamente di eccessi, facendosi portavoce di un modo di intendere il death metal tutt’altro che facile o immediato, e la cui cifra stilistica finisce puntualmente per sovrapporsi a carrellate di immagini gore e depravate, fra torture, stupri e omicidi.
Un patrimonio risibile per alcuni, intollerabile per altri, ma di cui gli Stabbing si fanno custodi prestando molta più attenzione ai dettagli rispetto alle ipotesi di partenza, all’insegna di uno stoicismo stilistico che serba comunque al suo interno una serie di sfumature e modulazioni interessanti.
Parliamo – ad esempio – dell’incedere tortuoso della strumentale “Ruminations”, o delle atmosfere tenebrose che fanno capolino sia nella title-track che nella successiva “Reborn to Kill Once More” (gran titolo!), segno di come, anche in un disco tanto fedele alla propria estetica ignorante, possa esserci qualche deviazione laterale più ingegnosa e ragionata.
Nel complesso, quindi, “Eons of Obscenity” può venire aggiunto all’elenco di quelle opere (pensiamo agli ultimi lavori di Architectural Genocide, Submerged, Vulnificus, ecc.) che stanno contribuendo a rilanciare un filone mai davvero tramontato, ma che da anni non godeva di un simile slancio e fermento, ricollegandosi a una scuola – quella racchiusa nei vecchi cataloghi United Guttural, Unique Leader o Brutal Bands – tanto parossistica quanto affascinante.
Avendo dalla loro i riff giusti, episodi come quelli già citati, insieme alle varie “Inhuman Torture Chamber” e “Nauseating Composition” (con ospite Ricky Myers dei Suffocation), fanno di questo ritorno ciò che serviva agli Stabbing per crescere all’interno del panorama death metal internazionale.
A voi decidere se stare o meno a questo gioco al massacro.
