6.5
- Band: STALLION
- Durata: 00:44:29
- Disponibile dal: 30/06/2017
- Etichetta:
- High Roller Records
- Distributore: Audioglobe
Speed chiama velocità, velocità chiama adrenalina. Potrebbe essere una regola fissa, quasi un teorema. Non sempre. A conferma di quanto appena scritto ecco “From The Dead”, secondo full-length degli Stallion, quintetto teutonico attivo dal 2013. Dopo le avvisaglie di tre anni fa, a firma “Rise And Ride”, i cinque tedeschi erano chiamati a dare un seguito a quanto di buono realizzato proprio con il debut album: una miscela di speed e classic metal con tanto di richiamo agli ingredienti tipici del metallo pesante anni ’80. Cosa dire? Che abbiano la stoffa è innegabile, che le capacità tecniche siano altrettanto valide, pure. Ciò che ancora manca forse è quel piglio personale e ‘cazzuto’ che, di norma, fa fare quel salto di qualità ad una band, utile a differenziarsi e distinguersi dalla comunque enorme mole di nuove realtà (e ben venga, sia chiaro) che ogni giorno emerge nei sottoboschi metal di tutto il globo. Brani come “Blackbox”, o la stessa titletrack per esempio, dimostrano come gli Stallion, se vogliono, possono spaccare di brutto e confermare di avere tutte le carte in regola per rendere incendiario un live show; altre volte, invece, la ripetitività e una certa mancanza di idee prendono il sopravvento. Ma andiamo con ordine. “From The Dead” inizia con il più classico dei riff: “Underground Society” riprende quella mazzata thrash targata Anthrax dal titolo “Deathrider”. Sembra la miccia per un qualcosa di esplosivo; in realtà il pezzo si distingue sì per la velocità ma – e soprattutto – per un refrain un po’ debole ad opera del singer Pauly. La tonalità del nostro vocalist, infatti, pur rimandando al buon Blacky Lawless ed al mitico Dee Snider (come del resto l’intero impianto sonoro chiama in causa entrambe le band dei due leader) pecca di potenza e in alcuni punti di sicurezza, facendo così diminuire d’intensità l’intero brano. Una debolezza che si riscontra anche in “Hold The Line”: nonostante il pezzo arrivi diretto all’orecchio dell’ascoltatore, una certa dose di monotonia inizia a sorgere dal terzo minuto proseguendo sulla stessa linea sino al termine vero e proprio del brano. Fortunatamente, come accennato, “From The Dead” rompe questa rischiosa staticità strutturale: un arpeggio quasi malinconico lascia spazio ad una vera e propria scarica tellurica di adrenalina, dove il classic ed il thrash si danno pacche sulle spalle come vecchi amici. E quando pure il secondo refrain viene mandato in archivio, uno stacco strumentale si fa imponente, ricalcando per qualche attimo quella marcia sanguinolenta presente nel “Chainsaw Charlie” di tali W.A.S.P., giusto per sottolineare la passione del gruppo tedesco per le sonorità a stelle e strisce. Passione che si rinnova anche nella successiva “Lord Of The Trenches” in cui purtroppo gli Stallion cadono nuovamente nella trappola della ripetizione tanto da riproporre il coro portante ad libitum giungendo quasi allo sfinimento. Ci pensano tuttavia i tre pezzi finali a rimettere in sesto l’intero album: la prima botta arriva come detto da “Blackbox”, i cui ritmi alla Airbourne faranno la felicità del vostro collo. Con “Step Aside” invece una certa dose di frenesia ritmica accompagna una prestazione vocale, questa volta buona, di Pauly prima di una ripresa strumentale al fulmicotone. A chiudere infine ecco “Awaken The Night”, il classico pezzo tutto heavy: la velocità si mischia al sudore, al pathos, a stacchi più cadenzati, con ulteriori richiami ai Twisted Sister e in questo caso pure ad alcuni sprazzi di Manowar. Breve, brevissima postilla: i diciassette secondi buttati sulla folla a metà album, in cui i nostri lanciano un ‘singolare’ monito politico. Questi sono gli Stallion: la strada è stata ormai tracciata ed il piede sull’acceleratore è ben pigiato; attenzione alle buche però, il rischio di forare è dietro l’angolo.
