8.5
- Band: STATIC-X
- Durata: 00:43:55
- Disponibile dal: 23/03/1999
- Etichetta:
- Warner Bros
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C’era una volta un ragazzo di nome Wayne Richard Wells, apparentemente un normalissimo, tipico figlio del Midwest americano. Ecco, forse non normalissimo, visto che il precoce talento lo porterà fin dall’infanzia a comporre musica e ad avere band. A soli 12 anni, poco dopo il trasferimento dalla periferia del Michigan a Chicago, Wayne fonda i Deep Blue Dream, che nel 1988 pubblicano il loro primo e unico EP: quattro brani più che discreti, che nel solco del post-punk mostrano fortissima l’ispirazione di band come Echo And The Bunnymen e dei The Cult, soprattutto nelle linee vocali… e parliamo di un bambino dietro il microfono. Il caso vuole che questi primi passi musicali vengano condivisi in sala prove con Billy Corgan; i suoi Smashing Pumpkins sono parimenti agli albori, ed è così che, prima di dedicarsi completamente alla band che l’ha reso famoso, l’allora capellone Billy supporta in sede live l’amico Wayne, che cerca di convincerlo a diventare un membro fisso, senza successo. Ma soprattutto, Corgan introduce nella band una figura che diventerà centrale nella vita di Wayne, ossia il batterista Ken Jay. Proprio con lui, quando il desiderio di ‘fare il botto’ si fa irrinunciabile, Wayne si trasferisce in California. Qui, inevitabilmente, assorbe nuove sonorità e il sogno di diventare famoso come i Kiss, la sua band del cuore, lo porta a cercare sempre più di dare alla sua band un’impronta riconoscibile sia in termini musicali che estetici. Sparisce cosi “Wells” e Wayne diventa Static, innanzitutto come i capelli che spara e fissa in aria con impegno quotidiano – e ancor prima che la sua band assuma il nome definitivo. È poi inevitabile l’incontro con il nu metal, che sta per conoscere il suo momento di botto, ma soprattutto la fase in cui non sono la plastica e l’omologazione a definire il sound di una band, quanto il desiderio, appunto, di suonare new. Arriva il 1994, e i figliocci dei vari Faith No More, Jane’s Addiction e Living Colour iniziano a pubblicare dischi: i Korn, veri capofila – e non a caso tra le epoche band ad aver attraversato i decenni con dignità costante – entrano subito nell’Empireo con il loro debutto omonimo, ma negli stessi mesi i Nine Inch Nails pubblicano il loro capolavoro “The Downward Spiral”; mentre consolida la band con Tony Campos al basso e Koichi Fukuda come chitarra solista, Wayne Static sembra ancora cercare una direzione certa, che guarda caso si muove proprio a metà strada tra gli esempi citati.
Passano quattro anni, nel frattempo su MTV passano i Limp Bizkit, i Coal Chamber, e finalmente arriva il momento della firma di un contratto e della registrazione del primo disco; l’etichetta è nientemeno che la Warner Bros che, dopo qualche difficoltà iniziale, accetta il titolo “Wisconsin Death Trip”, ispirato a un libro fotografico sui più famosi casi di cronaca nera nell’omonimo Stato, e che riporta un po’ a quello che scrivevamo in apertura: la provincia e le sue contraddizioni, con particolare attenzione per le cittadine affacciate sui Grandi Laghi, resterà sempre un tema centrale nelle canzoni degli Static-X. Siamo forse in ritardo per parlare di veri e propri primemover, ma l’originalità è evidente; come detto, l’ammiccamento all’estetica è perfettamente coerente all’epoca, ma le canzoni del disco mostrano chiari intenti di univocità. Ci sono echi di Ministry e degli amici Fear Factory, in un sound che prevede tanto l’uso di programmazione e samples, quanto la peculiare scelta di ottenere suoni sintetici anche dagli strumenti tradizionali, soprattutto sulla batteria: Ken Jay accrocchia pezzi di legno e sordine naturali per un sound che ricordi una drum machine, e registra a parte tutti i piatti, così da avere un suono più straniante e secco.
L’avvio del disco è una deflagrazione in faccia, con un riff stoppato degno di Tommy Victor, il cantato allucinato e subito un ritornello accattivante, prima dell’intermezzo ultra melodico, che pure mette in chiaro anche la massiccia presenza di samples: “Push It” è un vero e proprio manifesto, secondo singolo tratto dal disco e a seguire è tutto in discesa. “I’m With Stupid” moltiplica l’effetto “evil disco”, come piaceva definire il proprio sound alla band, con quella bizzarra tastierina, i campioni vocali e nuovamente le ritmiche incalzanti e folli, degne di quei System Of A Down che hanno esordito pochi mesi prima. Non c’è un attimo di tregua e passiamo al terzo brano e primo singolo scelto, ossia “Bled For Days”. L’atmosfera si fa un po’ più cupa e rallentata, e crescono gli inserti elettronici, a conferma che gli Static-X sono sicuramente parte del movimento nu metal, ma dove altre band prendono dall’hip-hop (Limp Bizkit), qui le linee vocali ritmate prendono dal metal, o al più dalle derive della musica dark. In “Love Dump” tornano i samples di voci femminili, il riff di chitarra ha un’ossessività quasi ebm, complice la tastiera lineare ma possente a raddoppiarlo, e una cattiveria che rimanda più ai Ministry che, nuovamente, alle altre band che dominano la scena in questi anni. Sul fronte vocale, le strofe sono tra le più ispirate e ariose mai cantate da Wayne, che riesce a trasmettere un disagio notevole. Serve proprio l’approccio più scanzonato della seguente “I Am”, che nuovamente butta in campo elementi quasi orientaleggianti, mentre Wayne “saltella” a meraviglia dietro il microfono, in un pezzo breve, immediato e tuttavia a tratti molto violento. “Otsegolation” inaugura la serie di brani dedicati a questo buco di cu… ehm, paesino del Michigan preso a grottesco riferimento, evidentemente. E di nuovo si deraglia in ambiti più folli, con effetti su effetti e un sound estremamente acido, in cui le chitarre diventano vere e proprie rasoiate; il tutto mentre Wayne, dietro il suo look da ragazzetto, continua chiaramente a descrivere il disagio profondo di un’intera generazione cresciuta all’ombra di silos e drive-in.
“Stem” ha una base puramente e innegabilmente doom, su cui lo straniante innesto di grida ed effetti sonori funziona a meraviglia, ed è (l’apparente) respiro prima di “Sweat Of The Bud” e “Fix”; due brani tra loro diversi, ma assimilabili per due elementi evidenti: tornano i Prong come riferimento naturale nella sei corde, mentre il cantato fa pensare a un certo Corey Taylor, che con i suoi Slipknot è esploso nella scena musicale proprio in questi mesi. Il tutto condito dalle potenti pennate di Tony Campos e da quel tocco di elettronica che conferisce costante unicità. La title track è un controtempo continuo, in cui i quattro membri della band sembrano inseguirsi, in costante (s)(e)quilibrio tra l’affanno, l’esplosione e lo sbrago da luna park di provincia. Ma di quelli dove si spara per davvero dietro i tendoni. La bizzarra “The Trance Is The Motion” esacerba la dimensione aggro/dance sotterranea della band, intrecciando su di essa i momenti più ‘banalmente’ nu metal del disco, soprattutto a livello vocale, ma con un elemento sulfureo costante, che non altera la dignità complessiva. Chiusura affidata a “December”, non solo il brano più lungo del lotto, ma anche il più ambizioso. Tutto quello che abbiamo sentito prima viene stravolto da un trip fatto in parte di elettronica, per una bella fetta di space rock, ma anche di Kraftwerk e un certo approccio flower power distorto, e tuttavia non suona affatto fuori luogo: è evidente la fascinazione per le macchine, per il mondo sintetico, per un altrove non perfettamente collocabile, della band.
Il successo è immediato, con i tre singoli in heavy rotation su MTV per mesi, la chiamata all’Ozzfest e a ogni possibile carrozzone del tempo, e – quasi inevitabile – la caduta nella vita da rockstar, di cui fa le spese soprattutto Wayne, che ci metterà un decennio a disintossicarsi dall’eroina e dall’abuso di alcol. O almeno così diceva… La band vive altri alti e bassi a livello personale, tra cui l’uscita già dopo il primo disco di Fukuda, che viene sostituito per un lustro da Tripp Eisen dei Dope; almeno fino all’infamante condanna per adescamento e violenza su minore. questo non impedirà di pubblicare dischi con costanza, in cui il marchio di fabbrica resta molto forte, così come il successo di pubblico (qui la nostra recensione del quinto album, “Cannibal”). Poi, l’avvicendamento anche dietro le pelli, e il progressivo declino a livello di rapporti e uscite discografiche. Nel 2009, Wayne decide di tentare una carriera solista; lo iato dura quattro anni, Wayne cambia totalmente la formazione della band (che, materialmente, non suonerà mai una nota per il pubblico), prendono corpo le inevitabili beghe legali con Tony Campos, fino a che, nel 2013, viene annunciato il formale scioglimento della band. Nel frattempo, Campos ha avviato un percorso da prezzemolino dell’industrial, tra Fear Factory, Prong e Ministry – oltre al divertissement in salsa grind degli Asesino e al periodo nei Soulfly. Un anno dopo, la tragedia, forse scontata: Wayne viene trovato morto in seguito a un overdose, probabilmente di ossicodone: dove non erano arrivate le droghe ricreative, ci hanno pensato le prescrizioni mediche, o almeno questa è la versione della sua fidanzata, che si suiciderà nemmeno due anni dopo. Il death trip è proseguito nella realtà delle loro vite, purtroppo.
L’ultimo tassello della storia della band è ancora in divenire, e vede i tre membri originali superstiti pubblicare un paio di dischi (“Project: Regeneration”, qui le nostre recensioni: Vol.1 e Vol.2), i cui brani contengono ancora registrazioni vocali di Wayne, e fare date selezionate con il misterioso Xer0 a occuparsi della voce; ben presto l’alone di mistero cala, con l’ammissione che dietro la maschera si cela l’amico Edsel Dope dell’omonima band. Una maschera con le fattezze deformi, quasi uno zombie cyberpunk, di Wayne, in piena continuità con lo humour nero che caratterizzava questo folle(tto) del metal.
