5.5
- Band: STORMHAMMER
- Durata: 01:03:02
- Disponibile dal: 22/05/2009
- Etichetta:
- SPV Records
- Distributore: Audioglobe
Quarto disco per i tedeschi Stormhammer e il primo con l’ex-cantante di Dreamscape e Neverland, Mike Zotter, con l’ex-tastierista dei Benedictum, Chris Morgan, e con il chitarrista Semih Felke. A parte i nuovi innesti non si può certo dire che sia cambiato molto nelle intenzioni del gruppo. Il sound è sempre un heavy metal classico vicino al power tedesco più roccioso, alla NWOBHM e con qualche richiamo anche all’US metal nelle parti più riffate. Difficile trovare passaggi catchy o melodie ruffiane e al di là del lento alla Edguy, “Bridges To Eternity”. Il tutto suona molto true, compatto e squadrato, con una discreta prestazione dei singoli elementi e in particolare del bravo cantante. Mike è infatti dotato di una voce ruvida distante da quel tipo di sirene (o meglio sirenette) che si muovono sterilmente nel range degli ultrasuoni. Da sottolineare però come le linee vocali dei brani non siano particolarmente esaltanti e questo non renda certo giustizia al suo operato. I pezzi infatti difficilmente catturano l’attenzione dell’ascoltatore e al contrario in più occasioni scadono nel già sentito infinite volte. È più che sufficiente l’accoppiata intro da colonna sonora “The Other Side” e opener “Omens Of Agony” per inquadrare in toto lo stile del quintetto. Ritmica veloce, serrata e diretta, zero fronzoli o arrangiamenti pomposi e melodie lasciate principalmente alle armonizzazioni della coppia di chitarre. In un contesto simile vi chiederete che ruolo possa mai avere un tastierista e in effetti la sua prestazione è piuttosto secondaria, tale da apparire più come un contorno tra l’altro non sempre presente. Come già detto, i brani non colpiscono più di tanto e si mantengono su un livello qualitativo mediocre. Qualche timido sprazzo di luce qua e là lo si trova e infatti la stessa titletrack, la più incalzante “Red Piper”, “From Dusk To Dawn” e “Ride On A Razorblade” sono pezzi che portano fieri la bandiera dell’heavy power più intransigente e legato indissolubilmente almeno a due decadi fa. Deboluccia la produzione, con un suono di chitarra poco potente che non valorizza i frequenti assalti a testa bassa delle due chitarre. “Signs Of Revolution” è dunque un lavoro che difficilmente riuscirà a trovare consensi al di là di chi segue la band da sempre o dei fan più appassionati del genere in questione.
