4.5
- Band: STORMHAMMER
- Durata: 01:04:48
- Disponibile dal: 24/03/2017
- Etichetta:
- Massacre Records
- Distributore: Audioglobe
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E fu così che, dopo cinque tentativi andati a vuoto, gli Stormhammer fecero definitivamente il bot…flop! Dispiace dover ammetterlo, ma con “Welcome To The End”, la band tedesca ha toccato veramente il fondo, quasi a voler ricalcare in pieno il titolo di quest’ultima loro fatica. Le avvisaglie di una certa staticità in fase compositiva e della conseguente monotonia in quella esecutiva, erano già comparse nei lavori precedenti, a partire dal primo “Fireball” di inizio millennio. Era il debutto e quindi, se vogliamo, si poteva anche chiudere un occhio; la storia tuttavia, nonostante diversi cambi di line-up (Jurgen Dachl è il quarto cantante in sei album pubblicati) si è ripetuta nel tempo sino ai giorni nostri quando la Massacre Records ha deciso di mettere sul mercato “Benvenuti alla fine”. E non poteva essere altrimenti di fronte a quattordici tracce power metal in cui c’è veramente ben poco da salvare: dal songrwriting, alla produzione sino alla prestazione globale del combo bavarese. Escludendo i due passaggi sonori che fanno rispettivamente da intro e da apripista all’ultimo brano dell’album, prendete dodici ritornelli e gettateli brutalmente al vento; quando cadranno nuovamente a terra, avrete l’intera tracklist. Attenzione: nessuno pretende che vi sia sempre e comunque un legame tra un pezzo e l’altro; si richiede quantomeno un minimo di coerenza che tuttavia, in questo caso, fatichiamo ad individuare. Vogliamo parlare di idee? Idem con patate: se le parole dell’anthem di turno, dopo aver già preso corpo a pochi secondi dall’inizio della canzone, diventano anche le sole ed uniche da metà brano in poi, qualcosa non quadra. Quando “Welcome To My Dark Side”, il refrain, seppur orecchiabile, del nono pezzo in scaletta, viene ripetuto alla noia, è sì garantito che vi rimarrà in testa e siamo altrettanto sicuri che vi capiterà di canticchiarlo più di una volta durante la giornata, ma, a parte ciò, il vuoto che attanaglia il resto della composizione è palese. Da “Northman” sino a “Black Dragon” la struttura portante rispecchia al novanta per cento quella appena descritta: partenza con doppia cassa, strofa senza mordente e via con la melodia che dà il nome al brano; prima cantato, quindi suonato e infine ripreso ad libitum. Si estraniano leggermente dalla pochezza generale proprio la stessa “Northman” che, in un certo senso, regalandoci un pizzico di illusione, faceva ben sperare, e “Watchmen”; ma si tratta di semplici abbellimenti di un quadro generale altrimenti mediocre. Ultimo appunto, la produzione. I suoni sono parecchio ovattati; in particolar modo la voce, sulla quale sembra venga steso una sorta di tappeto, quasi a voler tenerla appositamente in sottofondo. Ed anche in “The Heritage”, in cui Dachl viene accompagnato da Natalie Pereira Dos Santos, vocalist di origine tedesca nonostante il nome sudamericano, la spartizione fonica delle due tonalità è spesso casuale tanto che, in alcuni punti, la voce femminile viene totalmente messa a tacere da quella del singer principale. Quello che, per forza di cose, doveva essere un cambio di rotta fondamentale nella carriera degli Stormhammer, visti appunto i precedenti poco rassicuranti, si è dimostrata al contrario una caduta libera altrettanto preoccupante. E’ quindi ovvio attendere il futuro album per capire se la band tedesca riuscirà finalmente a trovare il bandolo della matassa ma forse, dopo sei colpi a salve, la nostra attesa potrebbe solamente rivelarsi una pura utopia.
