7.0
- Band: STORMO
- Durata: 00:18:17
- Disponibile dal: 23/03/2026
- Etichetta:
- Anfesibena
Il titolo del nuovo album degli Stormo ha un potenziale immaginifico notevole, anche per gli stessi standard della band – la quale ha sempre posto una cura particolare per i titoli, sia dei dischi che delle singole canzoni, canalizzando in poche parole concetti ben più ampi. È questo un aspetto importante nell’immaginario della formazione, capace di prendere fin dagli esordi una strada tutta sua e di non abbandonarla mai, a qualsiasi costo.
Ed è proprio in nome di questa incorruttibilità, adesione a un ideale più profondo del semplice ‘suoniamo quel che ci pare’, che oggi gli Stormo, oltre che pubblicare un nuovo disco, lanciano la loro personale etichetta discografica, Anfesibena. Un modo per essere ancora più indipendenti, liberi, sciolti da logiche di mercato decise da altri e che in maniera più o meno stringente vanno a vincolare l’operato artistico. Fedeli all’ottica DIY che ne ha caratterizzato ogni passo, i quattro giovani uomini feltrini vanno alla ventura, consapevoli di prendersi un rischio, altrettanto consapevoli che per ‘prendersi il cielo coi propri sogni’, qualche azzardo bisogna pur tentarlo.
La durata della pubblicazione, come di consueto, è assai contenuta, mentre i significati sono, al solito, densi e non banali. Con “Tagli/Talee” il quartetto aveva sperimentato parecchio, alzando il tiro dopo il più scarno, e comunque incisivo, “Endocannibalismo”. “Sogni Che Invadono Il Cielo” in questo senso non arretra, consolidando e ampliando i registri stilistici ed emozionali, se necessario dilatando leggermente i tempi e ammansendo la furia ritmica, vocale e chitarristica.
In partenza, “Gesti” prende la direzione di una pragmatica urgenza, travolgendo tutto e tutti e innalzando tramite la voce uno speranzoso inno, ripetendo più volte la frase che dà il titolo all’album.
Appena dopo, con “Maree”, le cose cambiano, presentando una gradevole alternanza di progressioni e rallentamenti, con la melodia a giocare un ruolo più importante, nel segno di una per nulla velata malinconia. Emerge una riflessività matura, la necessità di lasciare a volte in disparte l’anima hardcore d’assalto e concentrarsi pienamente, senza alcuna distrazione, sulle proprie fragilità.
Un modo di fare che ritorna, in modalità differenti, in altri punti della tracklist: ecco allora in “Estuari” un intrecciarsi di arpeggi di basso e chitarra in avvio particolarmente amaro, un’atmosfera caliginosa che non se ne va nemmeno quando la distorsione riprende il suo posto e le ritmiche crescono d’intensità. L’attenzione per una vocalità non solo di aggressione ma interpretativa di stati emozionali più stratificati è ancora una volta un segno distintivo, in grado di sparigliare le carte quando gli andamenti paiono essere più dritti e aderenti a un filone screamo più convenzionale (la prima parte di “Indaco”).
“Costellazioni” rappresenta poi uno dei momenti più eterei della discografia dei quattro, qualcosa che sembra provenire da una specie di infusione tra i sospiri più flebili dell’hardcore emozionale e il post-rock, conducendo a una miscellanea di sensazioni affine a quanto ci attenderemmo dalla band, ma da una prospettiva parzialmente nuova.
In similitudine a quanto avvenuto nel disco dello scorso anno, in “Sogni Che Invadono Il Cielo” la band ha mischiato le carte, compiuto qualche piccolo esperimento, non ha avuto paura di essere meno veemente e di far affiorare del tutto la sua sensibilità atmosferica.
Il risultato nel complesso è buono, anche se non così compiuto e convincente come in “Tagli/Talee”: lì vi erano una carica dirompente e un taglio noise davvero vibranti, fondamentali nel tenere assieme tanti spunti differenti, mentre “Sogni Che Invadono Il Cielo” ha dalla sua caratteristiche un poco differenti, un’atmosfera relativamente più pacata, per quanto lo scostamento con il recente passato non sia poi così netto.
Quella degli Stormo rimane in ogni caso una delle voci hardcore più emozionanti e fieramente indipendenti dell’ecosistema hardcore/screamo europeo, sia che frequentino registri più ruvidi e d’attacco, sia che mettano al primo posto una disarmante tristezza.
